domenica 29 gennaio 2012

Dannazione

Amo i primi tre romanzi di Chuck Palahniuk, dal quarto in poi ho cominciato invece a storcere il naso e a trovarli sempre più ripetitivi, stanchi, noiosi e "Pigmeo" e "Senza veli" li ho abbandonati dopo poche pagine perché erano insostenibili. "Dannazione" pubblicato qualche mese fa da Mondadori non fa che confermare definitivamente il trend negativo dell'autore di Fight Club e a mio avviso la fine di un autore rimasto senza inventiva e che produce a ritmo forsennato libretti scadenti dalle trame debolissime e infarciti dai soliti "argomenti" che contraddistinguono il resto della sua sterminata produzione. Spreco due parole per "Dannazione" perchè quando è uscito un fratello e una sorella mi scrissero che dopo averne fatto leggere alla madre un brano avevano ricevuto da lei più o meno una risposta del genere "Che schifo questi genitori! E poveretti questi bambini!" senza nemmeno rendersi conto che quei genitori erano parecchio simili a  lei, a suo marito e alla sua cerchia di scoppiati che fanno sempre la cosa giusta. Conoscendoli molto bene non posso che confermare il giudizio espresso da fratello e sorella. Il brano in questione è il seguente:

"Il mio sospetto è che i miei genitori abbiano tanto cari i loro sordidi ricordi di Woodstock e del Burning Man non perché quei passatempi gli abbiano procurato la saggezza, ma perché quelle pazzie sono inseparabili da un periodo delle loro vite in cui erano giovani e sgravati da obblighi. Avevano tempo libero, tono muscolare, e il futuro sembrava ancora una grande, trionfale avventura. Come se non bastasse, sia mia madre sia mio padre erano all'epoca privi di status sociale, e non avevano quindi nulla da perdere se saltellavano in giro nudi con i genitali gonfi imbrattati di lerciume. E così, avendo loro ingerito droghe e rischiato danni cerebrali, volevano a tutti i costi che io facessi lo stesso. Non conto nemmeno le volte in cui a scuola, aprendo il sacchettino del pranzo portato a casa, al suo interno trovavo un panino al formagio, un cartoncino di succo di mela, dei bastoncini di carote e un Percocet da cinquecento milligrammi. Nella calza dei regali di Natale - non che da noi il Natale si festeggiasse - c'erano tre arance, un topolino di zucchero, un'armonica e alcuni Quaalude. Nel cestino di Pasqua - non che da noi quella ricorrenza venisse chiamata Pasqua - anziché caramelle trovavo palline di hashish. Magari potessi scordare quel che accadde durante la festa per il mio dodicesimo compleanno, quando con il bastone di una scopa colpii una pentolaccia davanti ai miei coetanei e ai loro rispettivi genitori ex hippy, ex rasta, ex anarchici. Il momento in cui la cartapesta colorata esplose, e invece che da gomme da masticare e cioccolatini tutti i presenti furono ricoperti da una pioggia di Vicodin, Darvon, Percodan, boccette di popper, francobolli all'LSD e barbiturici assortiti. Tutti i genitori - ora ricchi, ora di mezz'età - ne furono entusiasti, mentre io e i miei piccoli amici non potemmo evitare di sentirci un tantino ingannati. E poi non bisogna essere un premio Nobel per capire che ben pochi dodicenni si godrebbero una festa di compleanno in cui essere vestiti è un optional. Alcune delle scene più raccapricianti che si vedono qui all'inferno sono perfettamente risibili, se paragonate al vedere un'intera generazione di adulti nudi che si accapiglia per terra, sbracciandosi e ansimando, nel tentativo di mettere le mani su qualche manciata di capsule di codeina. Stiamo parlando delle stesse persone spaventate dall'idea che, crescendo, io diventassi una specie di Miss Ninfetta Ninfomanheimer." (pag. 54-55)

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