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venerdì 19 ottobre 2018

"I Mandible. Una famiglia, 2029-2047" di Lionel Shriver (66thand2nd), un sorprendente e bellissimo romanzo distopico



Mi piacciono i romanzi (e anche i film) distopici anche se poi quando li leggo mi trovo spesso a sorbirmi storie e riflessioni che si ripetono senza aggiungere niente di nuovo: catastrofi naturali, complotti di multinazionali/stati fascisti, schiavitù e ribellioni. 

Insomma, oggi, ottobre 2018, io le trovo spesso storie rassicuranti, facili.

"I Mandible. Una famiglia, 2029-2047", splendido romanzo della scrittrice statunitense Lionel Shriver (traduzione di Emilia Benghi), è un romanzo distopico che pur raccontando la storia di un futuro distopico e di un crollo, in questo caso degli Stati Uniti d'America, lo fa in chiave finanziaria, raccontando di come un certo mondo andrà alla rovina per colpa dei mercati, delle Borse e di una certa politica economica.
Fin qui tutto normale, direte, ma l'autrice non è una scrittrice molto liberal o di una certa sinistra e allora la storia assume contorni e sfaccettature che potrebbero risultare ostili a tanti lettori e infatti in patria ha ricevuto anche accuse di razzismo ma che invece se letta con attenzione e partecipazione offre, a mio modo di vedere, proprio ciò che un romanzo distopico dovrebbe offrire: dubbi, riflessioni, paure, percorsi possibili o impossibili su un futuro che è li' dietro la porta.

Ho trovato di una bellezza e raffinatezza incredibile la satira inserita in questo libro e soprattutto il suo afflato liberatorio. "I Mandible" è stato un romanzo che mi conquistato sin dalla prima pagina e ci sono dei veri e propri passaggi da brivido, anche di una cattiveria e ferocia, che ti sconquassano lo stomaco.

Non aggiungo niente e per qualche informazione aggiuntiva potete dare un'occhiata alla recensione uscita su La Lettura ma in questi giorni mentre lo stavo leggendo a me capitava di entrare, dopo il lavoro, in un supermercato pieno di studentesse e studenti alternativi/punk/sinistrorsi figli di papà e mammà tutti alla moda appena usciti per la pausa pranzo dalla vicina scuola d'arte.
Ecco, ascoltando i loro discorsi, i loro atteggiamenti sono tornato quel ragazzino che ha sempre detestato tutte queste pose, questo modo di porsi, questi discorsi, questa spocchia per il lavoro manuale, per le cassiere, per il futuro che non sia quello del bengodi, per gli scaffalisti, per l'ignorante (a loro modo di vedere), per il denaro salvo poi spenderne in grande quantità solo per comprarsi uno spuntino o un paio di scarpe.

Da loro saliva quella puzza di superiorità di classe, morale, intellettuale del tutto conformista che mi ha sempre messo i brividi e intanto io pensavo a Willing Mandible, il ragazzino che affronta a viso aperto lo Stato, le gabbie delle tasse, l'idiozia di un mondo schiavo dell'assistenzialismo, della pace sociale, della censura delle parole, del conformismo e ho sorriso ringraziando la scrittrice per aver scritto un romanzo urticante come questo e che ha messo al muro anche il sottoscritto.

Anche per quell'ultima feroce frase che chiude il romanzo e che vale mille e mille riflessioni.




Rita Bernardini in sciopero della fame



Dichiarazione di Rita Bernardini del coordinamento di presidenza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito a proposito della “rivolta” avvenuta nel carcere di San Remo:

“Se è questo ciò che Governo e Parlamento vogliono (per usare poi il pugno ancora più duro) la risposta sarà, per quel che mi riguarda, rigorosamente nonviolenta e sarà annunciata martedì prossimo a Radio Radicale nella puntata di RadioCarcere.
Sia chiaro, è innanzitutto lo Stato ad essere fuorilegge e, con le sue mancate riforme, a dichiarare di voler permanere in questa situazione di totale illegalità nella quale i trattamenti inumani e degradanti (già condannati nel 2013 dalla Corte EDU) sono all’ordine del giorno, a partire da coloro che non sono curati e che muoiono in carcere. Il caso del Prof. Armando Verdiglione, 74enne che in pochi giorni di detenzione ha perso oltre 25 chili è uno dei tanti esempi delle migliaia di detenuti che rischiano letteralmente la vita per mancata assistenza sanitaria e mancata possibilità di accesso alle misure alternative al carcere. L’unica ricetta proposta dal Governo è + carcere e + carceri con il preannuncio di un fantomatico piano di costruzione di nuovi istituti che, se va bene, saranno ultimati tra 10/15 anni; piano che, ancora non è dato sapere, con quali risorse verrà finanziato. Inoltre, le cifre ufficiali che fornisce il Ministero non sono veritiere in quanto il carcere di San Remo, secondo i dati diffusi sul sito www.giustizia.it al 30 settembre, non risultava tra gli istituti più sovraffollati, 270 detenuti in 238 posti regolamentari mentre la UILPA ci dice oggi che i posti “legali” sono 190.”




mercoledì 17 ottobre 2018

Come questa presunta manovra mi fa sentire un coglione

Sono uno che non ama particolarmente le tasse e i vari balzelli sparsi ovunque.

Troppo Stato intorno mi fa mancare il fiato e vi confesso che quando sento parlare di nazionalizzazioni, giuste o ingiuste che siano, mi sento di vivere in una società un po' troppo chiusa e opprimente.

Mi sono scontrato spesso con la burocrazia per questo e per quell'altro documento e ho vissuto sulla mia pelle cosa sia il malfunzionamento della Sanità con attese infinite per esami e visite. Successe anche a mia madre malata di tumore. E ci sono volte che mi chiedo a cosa mi serve pagare le tasse visto che fra trasporti, sanità e scuola ho vissuto problemi di ogni genere. 

Ma leggendo le linee guida della manovra neroverdegiallo mi sono sentito trattare come un coglione. 

Semplificando: col mio permesso/contratto di lavoro in Svizzera, con le mie ore di lavoro a pulire cessi e sale del cinema, a me le tasse sono prelevate in busta e versate in due Paesi, Svizzera e Italia, e quelle italiane dovrebbero, tramite i ristorni, servire per opere di bene pubblico nei paesi di confine e già sorrido perchè la strada appena superata la dogana di Ponte Chiasso è stata sistemata solo negli ultimi giorni.....per dire, la presa per il culo io l'ho vissuta in tutti questi anni.

Pago il bollo auto, l'assicurazione auto, cambio le gomme in autunno e primavera e tutto il resto dei servizi che mi vengono garantiti li pago sempre in anticipo.

Praticamente se avessi fatto il furbo sarei stato uno di quelli al quale potrebbero condonare tutto.

E poi leggo del condono mascherato (condonino, condonunccio, aiuto ai poverini) e mi risuonano nelle orecchie  quel tipo di discorsi che sento fin da piccolo in paese e non solo “Ma perchè paghi? Aspetta che poi sai...Ma perché mi chiedi la fattura?”...tutti discorsi pronunciati da quelle stesse persone che poi piangono e piangono e piangono e si lamentano sempre e che poi continueranno a evadere.

In realtà, e sono molto cinico, molte di queste persone non pagherebbero le tasse nemmeno se la tassa fosse di 1 euro all'anno ma sarebbero poi le stesse sempre lì a lamentarsi e a piangere per lo Stato vessatore e che non gli pulisce le strade dalla neve e dalla merda.

Cio' che mi fa schifo della politica consociativa, ipocritamente di svolta e prospettiva rivoluzionaria, è, per garantirsi voti, appoggi, prebende, preghiere, santini, statue, poesie, fiori e vergini, questa genuflessione costante agli istinti più beceri dei cittadini, a quella pancia che oggigiorno viene considerata Il Sentire Comune del Popolo, ai furbi, agli approfittatori, a quelli che del Paese dove vivono non gliene frega niente e che votano questo o quell'altro schieramento solo per ricevere un sussidio, un'agevolazione immediato, un aiuto per se stessi e la famiglia al seguito, per dare sfogo agli istinti più pericolosi che covano dentro di loro e dentro tutti noi. 

Questa manovra, e tante altre prima di questa, sono  la certificazione della mancanza di assunzione di responsabilità, non solo dei politici e delle istituzioni, ma anche di quella parte, consistente, di cittadini che sono poi quelli sempre pronti a prendersela con i politici, l'élite finanziaria, il complotto, l'Europa, Soros, i venusiani. 

Sono nato e cresciuto nella Brianza industriale e pur riconoscendo tutte le immani storture dello Stato non posso che vergognarmi di quei miei concittadini liberi professionisti, industriali, artigiani, operai, ristoratori, disoccupati che se ne sono sempre fregati delle tasse, dell'ambiente, dei contributi da versare, delle comunità stesse in cui vivevano per poi sbracciarsi a lamentarsi dello Stato e delle tasse.

E, badate bene, non voglio assolutamente mancare di rispetto o sentirmi superiore (perché sono a tutti gli effetti uno di loro) a chi  in tutti questi anni, dall'industriale all'operaio o dalla casalinga al contadino, dal farmacista al ragioniere, dal traduttore all'operatore sociale, ha faticato e  fatto sacrifici, lavorato e lavorato e lavorato  senza mai mettere da parte un soldo e alla fine ha ottenuto solo un sacco di calci nel culo e ha protestato, si è lamentato e si è anche legittimamente chiesto se non fosse ora di operare uno sciopero fiscale, di portarsi i soldi altrove, di farsi i cazzi propri, di vivere la propria vita da pensionato in Portogallo o Estremo Oriente.

Se un reddito di inclusione/cittadinanza, chiamatelo come volete, è qualcosa che in molti ritengono indispensabile/utile mi sarei pero' prima aspettato dai politici un discorso programmatico serio, severo ma anche di una speranza fondata, del tipo “Lavoriamo sulla struttura dello Stato, sul federalismo, sulla burocrazia, sull'apprendistato, sulla scuola, sull'efficienza dei servizi essenziali. Interroghiamoci su come si possa rinnovare il welfare state ma senza lasciare indietro i più deboli e bisognosi. Affrontiamo a viso aperto il futuro, la sfida tecnologica e l'incontro con le altre culture, senza rinchiuderci nell'isteria del piccolo è bello o nell'idea di un passato bucolico. Cooperiamo per arrivare a un vero stato di diritto e per gli Stati Uniti d'Europa. Sarà faticoso e duro. Ci state? Ci diamo una mano? Dovremo farci il culo ma un culo grande come una casa ma facciamolo insieme. Ne vale la pena se vogliamo garantire un futuro alle prossime generazioni. Dovremo tutti darci da fare.

Probabilmente un cittadino appartenente al Popolo Genuino risponderebbe “Ma me li dai questi soldi? E quando mi dai lo sconto per questo e quell'altro? E la possibilità di sversare gli scarichi tossici e di non pagare la tassa sui rifiuti?”

Mio nonno partigiano di ispirazione repubblicana e azionista mi ripeteva sempre di dubitare sia di quelli che piangono sempre, sia di quelli che ti promettono il sol dell'avvenire ma anche di quelli che ti parlano sempre e solo di sacrifici senza mai farti sorridere e gioire.

Se fosse qui mio nonno gli direi, Certe volte nonno mi sembra quasi di essere circondato esclusivamente da questo genere di persone e mi sento molto ma molto solo.



(Un articolo che vi spiega meglio queste cose)

(avevo scritto che non mi sarei piu' interessato di queste cose ma quando vedo la feccia leghista e i presunti rivoluzionari cinquestronzistellati ergersi a difensori della Gente, io mi incazzo eccome)


lunedì 15 ottobre 2018

"Resoconto" di Rachel Cusk (Einaudi)



Di Rachel Cusk ne avevo scritto qualche tempo fa.
Lei è una delle mie migliori scoperte letterarie degli ultimi anni. 
Tra l'altro la si può ammirare e ascoltare in uno di quei bei documentari letterari che passano ogni tanto su Rai5 e nella puntata dove veniva intervistata, se non ricordo male, c'erano anche Martin Amis e Will Self, ma potrei anche sbagliarmi.
Torno a scriverne oggi dopo aver letto il suo “Resoconto” uscito nel 2014 e pubblicato recentemente da Einaudi con la traduzione di Anna Nadotti e per una volta sono completamente d'accordo con tutti gli elogi di Ishiguro, Eugenides, Hilary Mantel riportati sul retro di copertina.
È un romanzo fatto di incontri e dialoghi, di amore e di abbandoni, di pensieri e sguardi, di letteratura, delle mie amate Grecia e Inghilterra. 
Una storia dove non accade nulla e dove accade tutto.
Di una lentezza straordinaria nel suo rapimento.
Ha bisogno di tempo e di una lettura ininterrotta.

Un estratto:

Ho detto che i miei figli, all'età di quei ragazzini saltellanti, erano così uniti che era difficile distinguerne il diverso carattere. Giocavano insieme da quando aprivano gli occhi al mattino fino a quando li richiudevano la sera. Il loro modo di giocare era una specie di trance condivisa in cui creavano interi mondi immaginari, ed erano costantemente impegnati in giochi e progetti la cui pianificazione e realizzazione era tanto reale ai loro occhi quando invisibile a chiunque altro: a volte io spostavo o buttavo via qualcosa che sembrava inutile, e mi veniva fatto notare che era un pilastro sacro nel mondo immaginario che stavano costruendo, una narrazione che sembrava scorrere come un fiume magico nella nostra casa, inesauribile, da cui uscivano e in cui rientravano a loro piacimento, varcando quella soglia agli altri invisibile e passando in un altro universo. Poi un giorno il fiume si era prosciugato, quel loro mondo d'immaginazione condiviso era finito, per la sola ragione che uno dei due – non ricordavano neppure chi – aveva smesso di crederci. Dunque non era colpa di nessuno; ma mi ero reso conto che gran parte di quanto c'era di bello nella loro vita era il risultato di una visione condivisa di cose di cui, in senso stretto, non si poteva dire che esistessero.
Suppongo, ho detto, che sia una forma di amore, credere in qualcosa che solo in due si può vedere, e in questo caso ha dimostrato di essere una base esistenziale precaria. Senza la loro storia condivisa, i due bambini hanno cominciato a litigare, e se prima i giochi li estraniavano dal mondo, rendendoli talvolta inaccessibili per ore, adesso i litigi li riconducevano costantemente al mondo. Si rivolgevano a me, o al padre, in cerca di mediazione e giustizia; hanno cominciato a dare maggiore importanza ai fatti, a ciò che era stato fatto e detto, e ad arzigogolarci sopra e in contrasto fra loro. Era doloroso, ho detto, essere testimoni di quel passaggio dall'amore alla fattualità come specchio di altre cose che accadevano in casa in quel periodo. Ciò che colpiva era la potenzialità negativa della loro precedente intimità: era come se tutto ciò che prima si trovava all'interno venisse spostato all'esterno, pezzo a pezzo, come i mobili trascinati fuori da una casa e depositati sul marciapiede. E sembrava essercene una gran quantità, perché tutto ciò che prima era utile adesso era superfluo. L'antagonismo tra loro era direttamente proporzionale all'antica armonia, ma mentre l'armonia era senza tempo e senza peso, l'antagonismo occupava spazio e tempo. L'intangibile diventava solido, l'immaginario s'incarnava, il privato diventava pubblico: quando la pace diventa guerra, quando l'amore si trasforma in odio, si genere qualcosa, un'energia mortifera. Se pensiamo che l'amore sia ciò che ci rende immortali, l'odio è il contrario. E ciò che sorprende sono le infinite minuzie che porta con sé, così che tutto ne è toccato. Lottavano per liberarsi l'uno dall'altro, eppure erano incapaci di starsene ciascuno per conto suo. Litigavano per qualunque cosa, si contendevano la proprietà di ogni quisquilia, bastava una sfumatura di tono per farli arrabbiare, e quando infine erano esasperati dalle minuzie passavano alle vie di fatto, ai pugni e ai graffi; il che ovviamente li riportava all'esasperazione, perché la violenza fisica implica le prolungate procedere della giustizia e della legge. Bisognava raccontare la storia di chi ha fatto cosa a chi, e stabilire i termini di colpa e castigo, ma neppure questo dava loro soddisfazione, anzi peggiorava la situazione, in quanto sembrava promettere una risoluzione che non arrivava mai. Più se ne specificavano i dettagli, più la controversia diventava ingombrante e veridica. Ciascuno di loro voleva innanzitutto che si dichiarasse lui nel giusto e l'altro in torto, ma era impossibile attribuire all'uno o all'altro l'intera responsabilità. E alla fine ho capito che non esisteva soluzione, non finché l'obiettivo era quello di stabilire la verità, quello era il punto. Non c'era più una visione condivisa, tantomeno una realtà condivisa. Ciascuno vedeva le cose esclusivamente dalla sua prospettiva: era solo questione di punti di vista.” (pp. 61-63)



giovedì 11 ottobre 2018

Una pernacchia al papa e tre saggi che ho letto

Sono uno di quelli che quando vedono Papa Bergoglio (e il resto dei papi) in tv cambiano canale.
Non mi scandalizzo per le sue posizioni sull'aborto.
E sinceramente non me ne frega un cazzo delle sue posizioni sui migranti, i diritti civili, le guerre.
Non ho mai compreso come una certa sinistra e anche tutta una parte di mondo laico (di destra e sinistra, compresi i radicali) si siano messi in testa di arruolarlo o comunque di considerarlo come un interlocutore possibile, un interprete di chissà quale messaggio divino da ascoltare. 
Se lo fai significa che sei uno scemo, un ottuso, uno in malafede o forse uno di quelli che ha sempre bisogno di essere rassicurato e che insomma insomma, anche tu ai miracoli e a tutta quella robaccia un po'  ci credi anche tu.
E poi ecco i baci alla reliquia, San Gennaro, Padre Pio, la Madonna.
I cattolici di sinistra.
La disgustosa fede popolare.
Mai fidarsi di preti, imam, rabbini, teologi e compagnia bella.
Per dire, a me gente come Don Gallo e Don Ciotti non mi son mai piaciuti.
Bisogna sempre tenere gli occhi aperti, sono piu' falsi e furbi di un qualsiasi borseggiatore i religiosi e i loro accoliti.
Poi ovviamente ci saranno quelli che arriveranno a dirti che il messaggio di Cristo o della Bibbia o di Allah è stato travisato...e ti toccherà ascoltarli...e a furia di sottrazioni uno gli vorrebbe chiedere: ma a cosa credi allora? Cosa c'è di cosi' tanto interessante in questa tua religione laica insipida?

Quando sono particolarmente innervosito rimpiango che i Savoia non abbiano raso al suolo il Vaticano e cacciato a calci nel culo il Papa verso un'isola sperduta.
La stessa insofferenza, badate bene, la provo per le altre religioni monoteistiche e non solo.
Ok i testi sacri ma anche basta davvero.

Mi passasse davanti Bergolio mi verrebbe voglia solo di fargli una pernacchia alla Totò.

Anche se poi persone come queste si meriterebbero solo l'indifferenza.




Sul tema religione un saggio interessante che ho letto in questi giorni, ve lo consiglio vivamente:


-qui-

e poi un altro:


-qui-


E poi c'è questo bellissimo libro di Riccardo Bauer che in pochi conoscono e che meriterebbe di essere riscoperto in questi mesi che non promettono nulla di buono. Ieri sera rileggevo Il Manifesto di Ventotene e mi sono commosso.



Oggi è una giornata così, di autunno schifoso e feroce solitudine esistenziale.



mercoledì 10 ottobre 2018

"Giorni senza fine" di Sebastian Barry (Einaudi)




Che bello finire sul sito dell'Einaudi e scoprire che è appena uscito un romanzo western di cui non sapevo nulla, “Giorni senza fine” di Sebastian Barry (Einaudi, traduzione di Cristiana Mennella) e poi andare in libreria e acquistarlo a scatola chiusa, fidandomi dell'estratto messo a disposizione e poi leggerlo tutto d'un fiato nel giorno di riposo. 

“Giorni senza fine” è un romanzo picaresco e violento che racconta, delicatamente e sommessamente, di un amore omosessuale fra due poveri cristi venuti su dal nulla che diventano soldati che uccidono indiani e combattono per Lincoln e che cercano di vivere insieme una vita migliore, dello sterminio dei nativi americani (le scene dei massacri sono lancinanti) e di ciò che sarebbe poi accaduto ai sopravvissuti confinati nelle riserve e ai bambini da rieducare, del razzismo contro i neri, del sogno americano che si scontra contro il muro delle sofferenze e della fame, della possibilità di rinascita. 

Dal punto di vista strettamente western non sono rimasto particolarmente impressionato da questo romanzo perchè la narrazione si inserisce in un consolidato sentiero revisionistico/realistico che ha offerto pagine e visioni memorabili e che conosco molto bene. 
A impressionarmi e catturarmi sono stati invece la maestria dell'autore nel rendere la prima persona, che sarebbe quella di Thomas McNulty, ragazzino fuggito da un'Irlanda ridotta alla fame. Una prima persona di una persona comune che nel raccontare gli eventi di cui è partecipe e testimone si esprime, sempre in chiave letteraria, come potrebbe esprimersi un migrante che fatica a leggere e scrivere ma che è interessato al mondo e a scoprire se stesso. C'è quel suono degli eventi e delle emozioni che ti entra in testa e ti trascina via e quasi ti impedisce di capire tutto, di comprendere la grande ruota della storia. Come se non ci fosse un filtro, se non quello della scrittura che impasta emozioni, orrori, sentimenti, riflessioni. 
A convincermi è stato anche come l'autore ha inserito il tema dell'omosessualità nel romanzo. Ovvero con una delicatezza estrema, operando su un movimento costante degli eventi e delle parole che si plasma sul corpo stesso dei protagonisti del romanzo (leggendo lo capirete, non ne voglio parlare, perché ciò che l'autore decide di far fare ai due protagonisti è tutta da scoprire), rendendo l'omosessualità parte integrante del romanzo sin da subito ma senza caricarla di pathos o di tragedie estreme, riuscendo così a trasmettere come sia qualcosa di perfettamente naturale l'amore fra Thomas e John Cole, calando il loro amore un'atmosfera magica e insieme estremamente realistica. 

E poi mi piacerebbe parlare della figura Winona, la piccola Sioux sopravvissuta allo sterminio e alla quale Thomas e John dedicheranno tutta la propria vita, ma qui mi fermo perchè mi sono saliti i lacrimoni e vi lascio un estratto:

Quel giorno sembravano indiavolati. Uccideteli tutti. Non lasciate vivo niente. Hanno ucciso tutti. Non ne è rimasto nemmeno uno per poterlo raccontare. Quattrocentosettanta. E quando hanno finito di uccidere, i soldati hanno cominciato a tagliare. Tagliavano la fica alle donne e se la stendevano sopra i berretti. Tagliavano le palle ai ragazzini per essiccarle e farci i portatabacco. Staccavano teste, mozzavano arti, cosí gli indiani non sarebbero andati nei felici territori di caccia. I soldati sono risaliti coperti di sangue e pezzi di carne. Schizzati di vene ricciute. Felici come diavoli che eseguono il lavoro del diavolo. Esultavano e urlavano fra loro. Zuppi di quella carneficina gloriosa. Mai sentite risate cosí strane. Risate grosse, alte come colline, larghe come il cielo. Pacche sulla schiena. Parole nere, più nere del sangue secco. Neanche un briciolo di rimorso. Il massimo della vita e della felicità. L'agognato massacro. Vigore e vita. Forza e desiderio esaudito. L'apice del mestiere di soldato. Il giorno della giusta resa dei conti.
Eppure durante il viaggio di ritorno sulle pianure c'era solo uno sfinimento profondo e un silenzio strano. I muli trainavano i cannoni dritti per la loro strada, spronati dai mulattieri. I soldati che avevano recuperato i cavalli s'adeguavano stanchi. Se il cavallo inciampava in una buca, buttava giù il soldato come un burba. Non riuscivano neanche a mangiare, quando ci siamo fermati a metà strada. Non riuscivano neanche a ricordare le loro preghiere. Uccidere ferisce il cuore e sporca l'anima. Il capitano Sowell è arrabbiato come il vecchio Zeus e sta male come un cane avvelenato. Non parla con nessuno e nessuno parla con lui.
L'altra creatura silenziosa è Winona. La tengo attaccata a me. Non mi fido di nessuno. Siamo passati in mezzo ai suoi parenti sterminati. Cancellati con un colpo di spazzola, come lo sporco e il sangue dalla giubba d'un soldato. Una spazzola di metallo, fatto d'un odio sconosciuto e implacabile. Anche il maggiore. È come se i soldati fossero piombati sulla mia famiglia a Sligo e ci avessero tagliato a pezzi. Quando il vecchio Cromwell tanto tempo fa venne in Irlanda disse che non avrebbe lasciato vivo niente. Disse che gli irlandesi erano diavoli e parassiti. Che avrebbe ripulito il paese per dare spazio alla brava gente. Per farne un paradiso. Invece adesso il paradiso americano lo stiamo facendo noi, mi sa. Però è strano che il lavoro tocca a tutti questi irlandesi. Ma così va il mondo. Non esistono popoli virtuosi. Winona è l'unica che non l'hanno gettata nel rogo. Ha visto il peggio, e neanche per la prima volta. Per questo è silenziosa, così tanto che il silenzio dell'inverno sembra un fracasso. Non riesce a dire niente. Devo tenermela vicina. Devo tenermela vicina e riportarla da John Cole. Gli chiedo semplicemente che devo fare. Glielo chiedo tre volte e non ottengo risposta. Provo la quarta. Tennessee, Tennessee, mi dice.” ((pp. 190-192)