mercoledì 31 agosto 2016

"La casa degli incontri" di Martin Amis (Einaudi) + "Koba il Terribile" + "Gulag" + "Gli uomini di Stalin"




Quando leggo e rileggo i romanzi di Martin Amis mi sento da Dio. Una mattina intera dalle 7 a mezzogiorno a leggere “La casa degli incontri” (Einaudi, traduzione di Giovanna Granato). Dentro a questo libro ci sono il gulag, l'orrore del comunismo e del totalitarismo sovietico, una grande storia d'amore, due fratelli accomunati dallo stesso orrore e amore, la follia, il disastro della Russia di oggi, l'orrore che si perpetua, la fine dei sogni, la violenza, il sesso, l'antisemitismo. Quando sono arrivato all'ultima pagina ho finalmente respirato con gli occhi gonfi di lacrime. Che straordinario scrittore.

Trascrivo solo un brano perché andrei avanti a trascrivere tutto il romanzo:

“Ecco com'era ripartito il potere nella nostra fattoria degli animali. Al vertice c'erano i porci – i vigilanti utilizzati dagli amministratori e dalle guardie. Poi venivano gli urka: catalogati come “elementi socialmente vicini”, godevano della qualifica di affidabili, esentati, per di più, dal lavoro. Sotto gli urka c'erano le serpi – i delatori, gli uno su dieci, e sotto le serpi le sanguisughe, truffatori borghesi (falsai, malversatori e compagnia bella). Vicino alla base della piramide si trovavano i fascisti, gli oppositori, i cinquantotto, i nemici del popolo, i politici. Poi venivano le cavallette, i minorenni, i mostricciattoli: figli illegittimi della rivoluzione, delle migrazioni forzate e del terrore, erano gli orfani spietati dell'esperimento sovietico. Senza le loro leggi e i loro protocolli assurdi, gli urka sarebbe stati come le cavallette, solo più grandi. Per le cavallette non erano previste le norme...Infine, giù giù nella polvere, c'erano i mangiamerda, i casi disperati, quelli ridotti al lumicino; incapaci ormai di lavorare e di sopportare i morsi della fame, si azzuffavano con un filo di forza per spartirsi escrementi e rifiuti. Io, al pari, di mio fratello, ero un “elemento socialmente estraneo”, un politico, un fascista. Inutile dire che non ero fascista. Ero comunista. E comunista sono rimasto fino al primo pomeriggio del 1 agosto 1956. C'erano anche gli animali, animali veri, nella nostra fattoria degli animali. Cani.” (pp. 24-25)

Da leggere (fra le altre cose, come dimenticare Salamov o Solženicyn?) insieme a un'altra splendida opera di Amis, "Koba il Terribile" (Einaudi):



e a "Gulag" di Anne Applebaum (Mondadori):





martedì 30 agosto 2016

Thomas Ligotti, Teatro Grottesco, Current 93, Tommaso Labranca



I racconti di “Teatro grottesco” di Thomas Ligotti (il Saggiatore, traduzione di Luca Fusari) sono inquietanti, disturbanti. Come se aprissero la porta di quella stanza oscura che sta dentro di noi. Si precipita leggendoli. Si spengono le luci in casa. Si percepiscono rumori nel silenzio. Baluginii di strane creature che avanzano sul pavimento. 

Due estratti dai primi due racconti: 

“In fondo al piano interrato vidi un affare ibrido che sembrava un incrocio fra il trono di un monarca e una sedia elettrica. Legato all'aggeggio da cinghie che ne bloccavano braccia, gambe e testa c'era il ragazzo in abiti di seconda mano. Aveva gli occhi aperti ma lo sguardo spento. Mi accorsi che la sorgente del liquido denso e verdastro era un serbatoio grosso quando una botticella appeso vicino alla sedia. Sul serbatoio, sopra un pezzo di nastro adesivo di carta, la scritta TRAVASO. Qualunque spettro o spirito o altra entità avesse abitato la testa del ragazzo – mio padre sembrava averne risucchiata una quantità notevole – andava ora a scolare nella fogna. Uscita dal contenitore, questa cosa doveva essere deperita, andata a male, perché non mi sembrava emanare alcuna aura spettrale, maligna o benigna. Non sapevo dire se il ragazzo fosse ancora vivo in qualunque senso convenzionale della parola. Poteva darsi che lo fosse. In ogni caso era in condizioni tali da costringere la mia famiglia, ancora una volta, a trovare un'altra casa dove abitare.”
(“Purezza”, pag. 26)

“Quando gli altri ripartirono per la città, io rimasi lì. Presto sarebbe arrivato un altro responsabile cittadino e non avevo affatto voglia di stare a vedere quale forma avrebbe assunto la nuova amministrazione. Andava così da sempre: a un responsabile cittadino ne succedeva un altro, a ogni giro ecco uno sfoggio di degenerazione più grande, come in una gara all'incancrenimento senza limiti. E senza fine. Quanti altri ne sarebbero venuti e andati, portando via ciascuno un pezzo del posto dov'ero nato e dove cominciavo a invecchiare? Pensai a come'era cambiata la città da quand'ero bambino. Pensai al mio sogno di gioventù, la casa nel distretto Collina. Pensai alla mia vecchia ditta di consegne.
Poi mi incamminai nella direzione opposta alla città. Fino a una strada. E imboccai quella strada fino a un'altra città. Ne attraversai tante, città piccole grandi, sopravvivevo facendo pulizie e altri lavoretti occasionali. Tutte erano gestite secondo i princìpi della mia vecchia città, ma non ne incontrai nessuna che avesse raggiunto un così avanzato stadio di degenerazione. Me n'ero andato nella speranza di trovarne una che fosse fondata su princìpi diverassi e operasse secondo regole diverse. Ma una cità così non c'era, o non la trovai. A quel punto temevo di non avere altra possibilità che farla finita.
Non molto tempo dopo che mi fui chiarito questi fatti della mia esistenza, sedevo al banco di una tavola calda piccola e squallida. Era tarda notte, mangiavo una minestra. E pensavo a come farla finita. La tavola calda era in una cittadina, o forse in una grande città. Ora che ci penso, si trovava sotto un cavalcavia austostradale, quindi doveva essere una grande città. L'unico altro cliente era un uomo ben vestito, seduto all'altro capo del bancone. Beveva caffè e mi accorsi che di tanto in tanto mi lanciava un'occhiata di sbieco. Mi voltati verso di lui e lo fissai a lungo. Sorrise e mi chiese se poteva sedersi dalla mia parte.
“faccia come le pare. Io sta andando via.”
“aspetti” disse mentre si sedeva sullo sgabello vicino al mio. “Lei di che cosa si occupa?”
“Di niente in particolare. Perché?”
“Non so. Ha l'aria di uno che si sa orientare. Ne ha visti, di posti, o sbaglio?”
“Più o meno.”
“Immaginavo. Senta, non sono qui per chiacchierare. Lavoro a provvigione, cerco gente come lei. E credo che lei abbia la stoffa giusta”
“Per che cosa?”
“Per fare il responsabile cittadino.”
Finii le ultime cucchiaiate di minestra. Mi pulii la bocca con un tovagliolo di carta. “Mi dica di più.”
O così o la faceva finita.” (“Il responsabile cittadino, pp. 41-42)

Su Carmilla é uscito tempo fa un bello e esaustivo di Walter Catalano: “Lo strano caso di Thomas Ligotti” e visto che in questo si parla del sodalizio fra Ligotti e quello straordinario gruppo che sono i Current 93 lascio un loro straordinario album del 1984, "Nature Unveiled":





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La notizia della morte di Tommaso Labranca mi ha riempito di tristezza. Ho letto i suoi libri e i pezzi che uscivano su Libero. Su Libero un ricordo di Francesco Specchia: "Addio Tommaso Labranca: il nostro Truman Capote emarginato dai salotti chic"
I suoi libri che mi sono piaciuti di più:


"Chaltron Hescon"


"Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli"


"Il piccolo isolazionista. Prolegomeni ad una metafisica della periferia"

lunedì 29 agosto 2016

"Una metamorfosi iraniana" di Mana Neyestani (Coconino Press)


Dovrebbero leggere questa graphic novel tutti i teorici dell'alleanza, equidistanza, leccaggio di culo, piedi, denaro, risorse con l'Iran. 

Che se ne vada a fanculo anche l'Iran.
Che se ne vadano a fanculo sunniti, sciiti e compagnia bella di ogni provenienza del cazzo.
Quante frustate mi merito?

Mi circondo di dolore, birra, This World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die, peperoni, fulmini, tuoni, lacrime.

domenica 28 agosto 2016

domenica senza negozi aperti; leggendo "Israele. Terra, ritorno, anarchia" di Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri)

Che bello uscire dal lavoro e non trovare negozi aperti. Ne ho scritto spesso. Ma questo è uno degli aspetti più belli della Svizzera. Anche tanti bar, kebabbari, ristoranti sono chiusi. Si respira una pace che nulla ha a che fare con quello a cui vengono sottoposti i miei connazionali italiani e non solo. Ieri sono stato in un Iper comasco e mi é mancato il fiato. Per riprendermi ho dovuto accendere la radio a tutto volume mentre tornavo a casa.

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Un estratto da un libro che ho letto e su cui sto riflettendo molto per motivi vari:

“1. Netivot be-Utopia

Il libro di Buber “Sentieri in utopia”, apparso per la prima volta in ebraico nel 1947, è un classico delle utopie che hanno accompagnato la fondazione dello Stato di Israele. In tal senso può essere avvicinato al romanzo utopico “Altneuland” (L'antica terra nuova), pubblicato già nel 1902, in cui Theodor Herzl prefigurava uno stato degli ebrei organizzato per cooperative e secondo un sistema mutualistico. Tuttavia l'opera di Buber, in cui si condensa il suo pensiero politico, ancora in realtà da riscoprire, si distingue non solo per il tono profetico, l'ispirazione messianica, la prospettiva escatologica, ma anche per l'originalità della sua riflessione filosofica che si coniuga sempre con un accorto realismo. 
Attraverso una lettura originale della tradizione socialista, anarchica e marxista, Buber sviluppa il suo pensiero intorno a due parole-chiave: utopia e comunità. E il socialismo, utopico, comunitario, dialogico, inteso come rivoluzione permanente, costante rigenerazione delle cellule sociali, appare in una nuova liuce: la luce della Torà.
L'alternativa al capitalismo, guidato dalla logica efferata e perversa dell'economia e da uno stato accentrato, burocratico, totalitario per vocazione, non è il socialismo sovietico, per Buber a dir vero un capitalismo di stato, realizzato con mezzi altrettanto e più totalitari, che ha semmai introdotto ulteriore asservimento e oppressione. A Mosca si contrappone Gerusalemme, polo di un socialismo altro, di un socialismo dell'altro.
Il futuro dell'utopia socialista sta nell'esplorare gli infiniti modi in cui comunità autonome e autogestite possano inventare nuove forme di vita. E nel suo “esemplare non-naufragio” il kibbutz, la comune ebraica in Israele, resta un punto fermo. Tanto più in un mondo che – come prevede Buber – richiederà presto una amministrazione comune. Alle soglie della globalizzazione incipiente il pericolo viene additato in un illimitato potere planetario, una sorta di stato mondiale, la chance effettiva invece, in una “comunità di comunità”, in uno sviluppo autonomo di comunità diverse e diversamente organizzate il cui legame è quello del dialogo.” (pp. 54-55)

sabato 27 agosto 2016

Klondike, Ut, Jack London, Il vagabondo delle stelle, Cioran, Cavalcare la tigre, dischi

Stanchissimo di lavoro passo il tempo seduto o sdraiato sul letto a leggere libri e fumetti, ascoltando musica, bevendo birra.  Fumetti come l'ultimo episodio di "Ut"


oppure "Klondike"


che è un bell'omaggio a Jack London di cui tra l'altro le Edizioni di Ar hanno appena riproposto "Il vagabondo delle stelle" che è un romanzo magnifico:



E intanto rileggo con più attenzione questi due libri:


(qui)


E ascolto dischi, i soliti ormai, tutti quelli di Elliott, i Nirvana, Mercury Rev, Slint, Caspian, Tim Hecker, Crystal Castles, etc.:



venerdì 26 agosto 2016

Moksha, Barbera, The Girls, il lago, Mezzogiorno di fuoco

Sono stanchissimo per colpa del lavoro.
Vivo il lago solo in quei rari momenti in cui è quasi deserto.
A casa cucino torte salate e bevo birra mescolata a Barbera.
Mi sono strappato due unghie con le pinze.
Sangue.
Dolore.
Erano rotte.
Spezzate.
Sempre per colpa del lavoro.
Il lavoro è solo una prigione.
Non darà mai libertà.
Non garantisce dignità.
Il lavoro è schiavitù.
Preferisco Lafargue mescolato al saper procurarsi il cibo in maniera discordante da questo sistema.
Tutte belle parole.
Una valanga di stronzate.
I vicini tornano dalle loro cazzo di case al mare o da dove cazzo vengono questi stronzi.
Purtroppo.
Domani torneranno a rompere i coglioni.
I peggiori sono sempre un certo tipo di italiani.

Aspetto l'uscita per Einaudi di questo romanzo:



E ascolto questa canzone tutte le volte che posso:


tornato dal lavoro ho rivisto questo capolavoro:


Quanta forza mi ha dato vederlo.
Davvero tanta.
Sentirsi soli.
Abbandonati.
Lasciati soli a se stessi.

giovedì 25 agosto 2016

"Gentrification Tutte le città come Disneyland?" di Giovanni Semi (il Mulino)

Oggigiorno l'aspetto visivo della città americane ed europee conta, perché le identità dei luoghi sono costruite per farne dei siti di godimento. Il piacere visivo di un frutto in un mercato urbano, o quello di un negozio di cibo di qualità, colloca quel quartiere “sulla mappa” dei piaceri visivi e ne fa un luogo da gentrificare. Un caffè che compare sul marciapiede sta togliendo le strade ai lavoratori qualsiasi e ai senzatetto.” (Zukin)






Gentrification. Tutte le città come Disneyland?” di Giovanni Semi (il Mulino) è uno di quei saggi che consiglio a tutti quelli che come che vivono col cuore spezzato per quello che sta accadendo alle città, alle metropoli, ovunque. A tutti quelli che quando camminano per la nuova Milano gli si riempiono gli occhi di lacrime per l'opera di colonizzazione/distruzione/gentrificazione messa in atto. Tutti quei tavolini, tutte queste pseudo opere d'arte, queste archistar, questi creativi, fotografi, parrucchieri, coltivatori da balcone che si aggirano per strada come zecche.

Un estratto:

“Il fiorire di negozi vintage, birrerie artiginali, pasticcerie siciliane ma anche la pressione sulle arterie commerciali tradizionali da parte di marchi spagnoli, americani o dalla provenienza transnazionale, fa tutto parte di un mutamento che unisce strategie aziendali spesso globali e mutamenti a scala locale. Come consumatori desideriamo sempre di più poter comporre il nostro patchwork vestimentario o alimentare in maniera eclettica, e per questo domandiamo un'offerta differenziata. Questa viene, a sua volta, prodotta tanto in forma massificata in Cina o in Bangladesh che in maniera semiartigianle in laboratori disposti nelle aree circostanti la città o in regioni produttive limitrofe. La città diventa quel luogo che rende possibile l'incontro tra le aspirazioni individuali a consumare in maniera socialmente legittima e l'offerta globale di chance per farlo. Il panorama godibile e rinnovato di San Salvario a Torino [Bolzoni 2014], dell'Isola a Milano [Semi 2011], come dell'East Village di New York [Zukin e Kosta 2004] è dunque la manifestazione locale di una trasformazione globale. È possibile dunque parlare di una “gentrification commerciale” [Deeener 2007; 2012; Lloyd 2006; Ocejo 2014; Zukin et al. 2009]. Essa si compone di cambiamenti che sono in apparente contraddizione tra loro, come la comparsa simultanea di piccole boutique e di catene commerciali. La bottega che vende abiti in cotone biologico e sostenibile e loutlet di Zara, pur impiegando capitali diversi e spesso insediandosi in aree commerciali distinte, hanno il comune effetto di spiazzare la piccola merceria o il ferramenta, cioè il commercio locale tradizionale.
Riassumendo, nel panorama urbano possiamo distinguere tra tre tipologie commerciali che, secondo Zukin e i suoi collaboratori, individuano altrettante forme di capitale differente; un capitale neoimprenditoriale per le boutique, un capitale transnazionale per le catene e uno, invece, fortemente locale e in via di estinzione che caratterizza il commerciante tradizionale [2009, 56-62]. Sono capitali economici, certo, ma anche capitali sociali, nella misura in cui individuano delle reti di relazione articolate in maniera differente. Dalle giovani coppie di genitori alla ricerca di pannolini biodegradabili e di zucchine bio che creano gruppi d'acquisto solidale con sede in alcuni negozi del centro, fino ai turisti a caccia di saldi nelle vie commerciali, si vedono operare reti e relazioni molto differenti. In questi commerci si materializzano anche capitali culturali di segno diverso, per rimanere nel quadro sociologico bourdiesiano, perché clienti e commercianti partecipano di mondi del consumo in cui condividono temporaneamente visioni del mondo e competenze culturali adeguate al consumo del bene che è oggetto della trattativa. Sapersela cavare in una merceria, in una passamaneria o da un ferramenta è questione di linguaggi specialistici, ancora una volta, di cultura e capitale culturale.
Si tratta di gentrification commerciale perché, al pari di quella vista finora, essa corrisponde a una sostituzione della popolazione commerciale precedente, che talvolta viene espulsa esattamente come accade per quella residente (e con lo stesso meccanismo: l'aumento del canone d'affitto), e che, più in generale, si caratterizza per essere più benestante (nel caso della catene commerciali) o elitaria (nel caso delle boutique) di quella precedente. Una volta gentrificato commercialmente, un quartiere o una strada diventa un luogo che parla una lingua comprensibile solo a certi abitanti e non a tutti. Rinasce, ma non per tutti. In particolare, i vecchi residenti (che non necessariamente sono anziani, anche se è spesso il caso) vedono cambiare sia i vicini di casa che i negozi che hanno sempre frequentato. Un panorama urbano dotato di una sua coerenza e intelleggibilità diviene, nel giro di poco tempo, meno comprensibile. Muta sia nella sua apparenza spaziale che nella dimensione temporale, nei ritmi urbani. Che ci fanno tutti questi giovani, di notte, nei bar? Perché hanno tutti quei tatuaggi? Cosa stanno bevendo? Che vita faranno, di giorno, se la notte possono passarsela con gli amici? Si tratta di domande banali, che raramente ci poniamo perché magari vicini per generazione, classe e pratiche di consumo a questo di abitanti urbani. Diversa è la prospettiva della signora del terzo piano, che vive da sola con i suoi gatti, grazie a una pensione, e che così come ha visto declinare progressivamente il numero di amici e parenti in vita, sta negli ultimi tempi vedendo chiudere il macellaio di fiducia, il giornalaio o il panettiere. 
Riqualificazione, rivitalizzazione, rigenerazione, sono tutti concetti che cercano di esprimere in modo positivo dei mutamenti che, come abbiamo cercato di illustrare, neutri non sono. Al mutare del volto della città, alcuni abitanti sorridono, molti altri meno. (pp. 107-109)