venerdì 19 gennaio 2018

Billag, Amalia Mirante, Babel', La montagna incantata, Bedouine

Il 4 marzo qui in Svizzera andranno a votare per l'abolizione della Billag, che sostanzialmente è il canone radiotelevisivo. L'ammontare del canone è 451 franchi, fate voi il cambio con l'euro, anche se, complice questo referendum, sarà abbassato di un centinaio di franchi. Un referendum, semplificando, proposto dall'area di destra e liberista/liberale e anime farlocche che sta accendendo parecchio le discussioni e le anime della Confederazione. E potete immaginarvi gli argomenti a sostegno dell'iniziativa: libertà, partitocrazia, vecchiume, essere di parte, tecnologia, mercato, costi elevati di mantenimento, concorrenza, bisogna incassare dalla pubblicità. Ovviamente la controparte, che difende il sistema attuale, non brilla spesso per simpatia e chiarezza.

Per quanto mi riguarda posso solo dire che la televisione di stato svizzera è una televisione di qualità, un vero servizio pubblico, che, nei limiti del possibile, garantisce il rispetto e l'identità delle varie lingue/culture svizzere (tedesca, francese, italiana), la pluralità di idee.  E pensate che sto parlando di una Nazione di 8 milioni di abitanti e di un Cantone Ticino, di lingua italiana, che ne fa 350 mila. Come se la provincia di Lecco avesse una televisione tutta sua, con la qualità di una televisione nazionale. 
Certo, ci sono cadute, pecche, programmi insulsi, programmi che non m'interessano ma per quei soldi posso godermi telegiornali nazionali e cantonali che in Italia ci si sogna, programmi d'approfondimento e dibattiti che nulla hanno da invidiare a quelli, per esempio, della Rai, anzi. E poi film e serie tv di qualità. Per non parlare dello sport. In chiaro uno può vedere tranquillamente tutta la Formula Uno, il motociclismo, lo sci, tutte le grandi corse ciclistiche, i Mondiali di Calcio, gli Europei di Calcio, le Olimpiadi, i Meeting di Atletica, l'hockey (che qui in Svizzera ha più seguito del calcio), due partite della Champions, l'Europa League, una partita della Serie A di calcio svizzera, l'equitazione, la ginnastica,  il Bob e tanti altri sport. E non mancano i programmi di cucina, i documentari, i cartoni animati, la messa.

Ma quello che conta sono la grazia, la qualità, la compostezza della maggior parte dei programmi. Basterebbe, non sorridete, il commento a una partita di calcio della nazionale di calcio svizzera.
Basterebbe fare il confronto con quella italiana per capire la differenza di galassia.
Tutta la vita i commentatori svizzeri.

Di televisione ne guardo pochissima e non sento il bisogno dei canali a pagamento, dello streaming, di Netflix. Non ho il Mulo e nemmeno Torrent. Non mi interessa guardare televisioni monotematiche che rispecchino interamente i miei gusti e interessi. Sono uno che quando accende la tv s'accontenta anche di quello che trova. Anche se è un film che ho già visto, un documentario. Forse sono un uomo di un tempo appassito, non lo so, ma mi sembra che viviamo circondati da troppe cose, troppe proposte, troppa voglia che tutti i nostri desideri debbano essere esauditi a tutti i cosi..

Ma non è solo di questo, e nemmeno di difendere la tv di Stato,  che volevo parlare ma anche di lavoro che volevo parlare. Perchè se la votazione passasse sarebbe ovviamente una catastrofe lavorativa. E viviamo in tempi in cui il lavoro è sbeffeggiato, preso per il culo, ridicolizzato. 
Dei quattro morti a Milano cosa volete che gliene freghi alla gente quando stanno per rivotare la gentaglia come Berlusconi o Renzi o Salvini o Grillo o Grasso. 
E in questi giorni ho seguito, sull'emittente privata ticinese (anch'essa, seppur più commerciale, niente male) la coda di una discussione fra uno di quelli che appoggia il referendum, Paolo Pamini, e una delle donne che più apprezzo qui in Ticino, Amalia Mirante (è una docente precisa, sfida l'interlocutore, non si fa mai mettere i piedi addosso e perché è una delle poche sicurezze in un Cantone/Svizzera dove dumping/liberismo/sfruttamento/privatizzazione sono la regola), contraria all'iniziativa, e questo Pamini, uno degli uomini più ridicoli del Ticino, parlava quasi fregandosene dei lavoratori, anzi, sparando fantasmagorie su televisioni e servizi realizzati col telefonino, ovvero la tv modello TG4/Iene/Striscia la Notizia che passa per essere giornalismo. 
Ecco, al di là delle ovvie incrostazioni/favoritismi/stipendi, io penso al compagno di una mia collega, che di stipendi da favola non ne vede, che vive nell'oscurità della tv, che il posto l'ha conquistato e che vive malissimo questa situazione, perché oggi quando perdi un posto “sicuro” davanti a te ti si apre il baratro.
Ecco: mi piacerebbe prendere questo ragazzo e dirgli che da domani può farsi una bella tv da casa. Può andare in giro a filmare i cigni che passeggiano o lo spacciatore di turno. 
Ecco, siamo ridotti a questo.

Boh. 
Non so perché ho scritto di questa roba, forse solo perché sono stanco di questo qualunquismo continuo che imperversa ai giorni nostri, figlio di una certa logica pauperisticoliberistadaglialladrostronzocomunistafascistaservonoioso e diventata una sorta di Bibbia da condividere ovunque.

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Ancora una volta a una persona ho risposto in privato che:

“No, i libri di cui scrivo o parlo li acquisto o li prendo in prestito dalle biblioteche. Qualcuno mi viene regalato da parenti o amici. Delle stesse persone che ho intervistato ultimamente come Silvia, Cristina e altri, i libri li ho acquistati. Anche tutti i pezzi usciti su Ereticamente sono di libri che ho acquistato.”

E ribadisco che no, non voglio ricevere più libri/dischi/film da case editrici/persone/uffici stampa per recensirli. Su Ereticamente scrivo, molto saltuariamente e quando mi gira e solo dei libri di Ar, ma è un sito fatto a suo modo.

Tutto qui.

Preferisco dedicarmi a rileggere questi libri:



E "La montagna incantata" è uno di quei romanzi che quando li leggi poi ti viene voglia di non fare piu' nulla o prendere la macchina e andare a Davos. Cosa che faro' appena arriverà la primavera. 
St Moritz, Davos e ritorno.

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giovedì 18 gennaio 2018

Gli americani che muoiono prima, droga, Slowdive, Quando uccidere non basta

Son partito da qui e poi ho ricordato quando anni fa stavo seduto su una panchina in riva al lago. 
Era un periodo storto. Orribile. Non riuscivo a dormire, ero stressato, mangiavo pochissimo. Avevo la testa vuota ma anche super elettrica. Piena di pensieri negativi, rabbia, rancore e silenzio. Sentivo la voglia di staccare, di rilassarmi e anche di viaggiare, spaccare la faccia ai miei genitori, affogarmi, scrivere, leggere. Avevo trovato in un cassetto una scatola con dei tranquillanti che mi erano stati prescritti e ne avevo preso uno. 
Sarà stato perché lavoravo troppo, perché mangiavo poco e faceva un caldo atroce ma quando mi sedetti su quella panchina praticamente affogai in me stesso. E tutto quello che avevo dentro allo stomaco, nella testa, nel corpo evaporò e rimasi lì come disteso su una nebbia gelatinosa a guardare il lago. E intanto fumavo una sigaretta dietro l'altra. A scuotermi dal torpore fu una donna che si era seduta accanto a me con una bottiglia di birra in mano. Mi stava offrendo una sigaretta del mio pacchetto di Pall Mall rosse chiedendomi com'era la roba, perché la sua non valeva un cazzo e invece io sembravo stare da Dio. Le chiesi un sorso della sua birra e la finii completamente facendola incazzare ma mostrandole i soldi riuscii a convincerla che le avrei offerto una birra al Circolo vicino. Tornammo con quattro birre alla panchina e solo allora riconobbi il suo volto e lei finalmente il mio. Non ci conoscevamo per nome ma ci incrociavamo spesso da quelle parti e fuori da alcuni locali. Si mise a parlarmi dei pischelli che erano finiti dentro alla roba e che se la stavano fumando sulle scalinate che davano sul lago. Bravi ragazzi e brave ragazze semipunk che si stavano facendo fottere dall'eroina, dall'alcool, dagli acidi. Alcune delle quali, una in particolare, avrei conosciuto tempo dopo. Discutemmo del suo durissimo lavoro di cercare soldi e farsi e bere e camminare e parlare e parlare e parlare e cercare soldi e farsi e camminare e bere e finire perquisiti e poi ospedale e poi comunità e via da capo. Da anni. Mi parlò dei suoi studi liceali e di come veniva al circolo per leggere tutti i giornali e che se poteva si portava sempre dietro con sè un libro da leggere. Poesie e Delitto e Castigo. Lo leggo tutti i giorni, mi disse. Parlammo fino a sera di come andavano le cose. Poi andò a prendere la sua dose da un marocchino che di quei tempi avrei tanto voluto uccidere e poi ritorno' in un tempo indefinito e poi se ne ando' definitivamente. Ai miei genitori avevo raccontato che avrei dormito fuori. Semplicemente restai lì su quella riva, di un sabato sera di primavere, mentre mi tornava la lucidità. Non mi accorsi nemmeno di aver comprato un pacchetto di sigarette. La rividi altre volte. Una sera mi propose di smezzare la roba se l'avessi portata in un posto ma io le mentii e le risposi che la macchina non ce l'avevo. 
Son venuto poi a sapere è morta di complicazioni legate a tutti quegli anni di dipendenza. 
Mi capita di incontrare gente che non ha mai smesso di farsi da quando io ho diciotto anni e son vent'anni almeno che si fa.
Una di quelle sere mi disse "Sai, sono una sopravvissuta".
Ma alla fine moriamo tutti.
Non ci sono sopravvissuti a questo mondo.

E poi alla fine mi consolo con loro:

mercoledì 17 gennaio 2018

Scerbanenco, disabilità, Dubus, Girless, Il Campo dei Santi


Per ragioni private e professionali ho sempre avuto contatti con le persone definite “disabili”. Si vive ormai in un tempo dove non si sa più quale termine usare per parlare di queste persone e poi ogni persona è diversa dall'altra. 
Quando lavoravo in Cooperativa mi ricordo che un ragazzo down dava platealmente dell'handicappato stronzo a una ragazza con lievi deficit cognitivi e a me dello spastico mentale. 
Ho conosciuto famiglie (e sono entrato nelle loro case) che cercavano di offrire tutte le migliori possibilità ai propri figli con problemi: dalla scuola allo sport, dall'oratorio al lavoro, dalle vacanze alla dignità dell'aspetto esteriore (capelli e vestiti).
Ne ho conosciute altre che invece negavano al mondo e a se stesse le difficoltà che i propri figli stavano affrontando e allora li confinavano nella bambagia, lontani dagli occhi altrui. Pensando di amarli, di aiutarli e di proteggerli in realtà li stavano privando della possibilità di vivere migliori e piu' dignitose. 
Ho visto coi miei occhi un ragazzo disabile migliorare giorno dopo giorno e solo perché veniva due ore in Cooperativa. Aveva imparato a sorridere e a stare con gli altri. 
Un passaggio tratto da "I milanesi ammazzano il sabato" di Scerbanenco mi ha fatto pensare a una ragazza che rimase in Cooperativa per quasi tre anni. Era bellissima. Capelli biondi, occhi azzurri e fisico da fotomodella. Senza raccontarvi troppo, mi limito a dire che era una ragazza molto molto lenta nei ragionamenti e talvolta finiva in periodi di trance da cui si risveglia come se non fosse accaduto nulla. La sua famiglia aveva negato tutto ciò per anni e sognava per lei una vita “normale”, con un fidanzato, un lavoro e tutto ciò aveva comportato una lunga serie di piccole e grandi tragedie che avevano ulteriormente minato la stabilità della ragazza. Ricordo ancora la madre che si rifiutava di entrare in Cooperativa. Il padre impiego' almeno un anno per comprendere che sua figlia in Cooperativa avrebbe quantomeno imparato a fare qualcosa, avrebbe potuto ottenere il massimo delle sue possibilità. 
In questi ultimi anni mi è capitato di incontrarla in un supermercato e ci ha tenuto a raccontarmi che stava lavorando mezza giornata e che riusciva a spostarsi da sola in treno e che aveva imparato a fare la spesa e aveva capito il valore dei soldi. Aveva il volto finalmente sereno di chi si muove nella vita con qualche paura in meno. Niente. Tutto qui. E per piacere non dite che anche voi non sapete fare la spesa o non capite il valore dei soldi perché se lo dite non avete proprio compreso di cosa sto parlando.

Duca tornò dietro la tavola, cominciava amaramente a capire.
Vi sono nel mondo centinaia di famiglie, decine di migliaia, che si tengono in casa figli malati di mente o deformi, focomelici, epilettici, o con perversioni sessuali, dementi. Se li tengono in casa, specialmente se sono povere famiglie, poveri genitori, o di media agiatezza, i ricchi di solito li chiudono nelle cliniche, loro invece nascondono in casa quella che in fondo considerano, oltre che una disgrazia, una vergogna, imboccano giovanotti di venti anni che fanno ancora la pipì a letto, portano in carrozzella mongoloidi ottusi di dodici anni che pesano cento chili e non sanno ancora camminare; si dissanguano per tenere nascosta la disgrazia, per ammorbidirla, per farla apparire agli amici, e ai vicini e conoscenti, come una malattia un po' lunga, o una cosa normale anche se triste. E quel vecchio e “sua povera moglie”, dovevano aver fatto così, fino ai ventotto anni della ragazza, finché la ragazza non se ne era andata.” (pp. 12-13)


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Alla vigilia di Capodanno la madre era a una festa, e Molly e Bruce erano nel letto di Molly e a mezzanotte lei lo baciò e gli augurò felice anno nuovo. E a quel punto capì. Si alzò dal letto e si fermò nuda davanti alla finestra, guardando la neve che si era depositata, e gli alberi spogli sul prato. In autunno Bruce sarebbe andato all'università e Molly avrebbe fatto la terza superiore, e lo avrebbe perso per una ragazza del college. E capì di averlo sempre saputo; chiuse gli occhi e cercò di immaginarsi lei e Bruce in piedi nell'erba. Dal letto lui la chiamava per nome. Ma Molly non riusciva a rievocare l'immagine di loro due che si stringevano, con le mutandine sanguinanti e il preservativo vicino ai piedi, i loro corpi tremanti. La voce di Bruce evocava in lei un'altra immagine, quella di un ragazzo che non conosceva ancora, privo di un volto, ma che l'aspettava, nei corridoi della scuola, e un pomeriggio o una sera si sarebbe sdraiato sul letto di Molly e l'avrebbe chiamata per nome. E poi vide tutti gli altri che sarebbero seguiti, alle superiori e all'università e anche dopo, e rabbrividì e spalancò gli occhi e fisso' la neve e il cielo scuro.
Cercò di pensare a quanto di nuovo l'attendeva, a qualcosa che a sedici anni non avesse ancora fatto, ma le sole cose che le venivano in mente erano la gravidanza, il parto la maternità. Tremò di nuovo e lui le disse di tornare sotto le coperte. Ma adesso Molly stava piangendo in silenzio. Sarebbe andata in bagno e avrebbe finito di piangere lì, perché lui era tenero, era sempre buono con lei e avrebbe voluto sapere perché piangeva, e le avrebbe baciato le lacrime sulle guance e gli occhi, come aveva fatto quella sera sul divano di Belinda. E le avrebbe chiesto perché fosse triste, e benché volesse essere abbracciata, e desiderasse i suoi baci, gli avrebbe nascosto quelle lacrime, perché non era capace di parlargli. Avrebbe voluto saperlo fare. Ma sbattendo le palpebre e guardando ancora una volta la neve, tutto ciò che vedeva erano lei e Bruce nell'auto sotto gli alberi, in quella che adesso sapeva essere stata l'ultima notte di adolescenza e non aveva parole per spiegarlo a Bruce, o a se stessa, così si voltò e si affrettò verso il bagno, accese le luci, chiuse la porta e si fermò in mezzo alla stanza, in mezzo a quella luce così intensa che le accecava gli occhi e il cuore.” (pp. 227-228)

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lunedì 15 gennaio 2018

Sleater-Kinney, Occuparsi di, Libri, uno dei miei film 2017


In questi giorni sto (ri)ascoltando parecchio le Sleater-Kinney. C'è qualcosa in questo trio che da sempre mi mette i brividi e mi fa venir voglia di gridare e andarmene fuori dai coglioni ed è quello che spero ogni mattina. 
Prendere la mia compagna, riempire due valigie, due zaini, due sacchetti della spesa con poche cose e andarcene fuori dai coglioni, lontano da qui, dalla mia e nostra famiglia e scomparire.
Dio Cristo quanto ci spero da quel vigliacco che sono.
Ma davvero, quando mi sveglio la mattina è la sola cosa che sogno.
Di tutto il resto non me ne frega un cazzo.

E intanto riguardo il foglietto con scritte tutte quelle cose che oggi al lavoro non dovevo dimenticarmi o fare dopo questo periodo di intenso lavoro natalizio:

-controllare il funzionamento delle luci in sala 4dx
-pulire i sedili fila B, 4dx
-controllare eventuali danni nei bagni e far sapere i guasti in direzione
-controllare la cappa d'aspirazione e i filtri nel locale pop-corn
-girare in direzione l'offerta per l'acquisto dei motori di riserva degli aspirapolvere
-verificare se i vasconi dei pop-corn conservano odori dei prodotti di pulizia
-pulire cabine di proiezione
-cercare alcuni oggetti smarriti
-testare i nuovi prodotti
-ammazzare qualcuno a caso

e mi guardo allo specchio e sono il solito uomo di merda che si era svegliato questa mattina ma anche dieci, venti, trenta, quaranta anni fa.

Che poi arrivo a fine giornata e leggo e basta e cerco altri libri e sistemo il romanzo.



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Uno dei miei film del 2017. Anche perché parla di rapine.

domenica 14 gennaio 2018

Un estratto da "Ipotesi di una sconfitta" di Giorgio Falco (Einaudi)


Mentre parlavo con mio padre mi sono ricordato di un passaggio di questo libro di Giorgio Falco. Camminavamo sul lungolago di Como, sfiorando gli ultras della squadra lariana pronti per la sfida contro il Varese, discutendo di politiche e malattie e io pensavo al padre di cui scrive Giorgio Falco e poi ascoltavo ancora mio padre e riflettevo che per far star bene mio padre devi farlo parlare di lavoro, chimica, calcio, mia madre. Tutto il resto lo fa innervosire. Mio padre è uno di quegli uomini che nel lavoro ha trovato la propria identità. Quando, per ragioni di salute, ha dovuto smettere di lavorare sono emerse la parte aggressiva e insolente del suo carattere, la sua anima spietata e superba. Come se il lavoro funzionasse come una specie di lavatrice dei lati peggiori del suo carattere. O forse lui è sempre stato quest'uomo ambiguo, ambivalente, difficile da capire e solo invecchiando ho potuto capirlo. Ed è anche per questa sua religione del lavoro che non ci capiamo. Per lui la realizzazione lavorativa, il migliorare la propria posizione, avere un curriculum di qualità sono sempre stati il Vangelo. Quando parla con me e gli rispondo che non me ne frega niente del lavoro, di questo e di quelli passati, che questo lavoro di merda che sto facendo mi sta bene perché mi permette di farmi i cazzi miei, lui perde la pazienza. E allora io non gli parlo mai di lavoro. Lascio che sia lui a farlo. Poi certe volte non sto nemmeno ad ascoltarlo. Come ho fatto oggi. Guardavo gli idrovolanti, gli uccelli, i pescatori, le ville e il cemento che hanno invaso le rive. Poi sono risalito in macchina e sono tornato a casa. Prima di salutarci gli ho detto "Sai, non è che mi manchi poi cosi tanto per finire il libro che sto scrivendo. Poi lo sai che ho una concezione del tempo strana ma volevo dirti che ho scritto anche di te. E non so se ti farà piacere". Lui mi ha guardato e mi ha risposto "Cazzi tuoi".

L'estratto:

"Nulla di nuovo. Scrivere del lavoro, del padre, della morte del padre. Come diceva una vicina di casa: si muore una continuazione. Nonostante la toracentesi, il versamento pleurico era inarrestabile, eppure la dottoressa aveva voluto infilare l'ago della siringa nelle spalle di mio padre con gentilezza e cura, come per guarnire una torta di compleanno. Ormai il liquido è dappertutto, aveva detto, nel corridoio. Una delle ultime sere, mio padre aveva bevuto un po' di brodo. Voleva sollevarsi dal cuscino ma non aveva abbastanza forza per stare in equilibrio con le gambe a penzoloni sul bordo, temeva di cadere. Allora mi ero seduto al centro del letto, volgendogli le spalle, cosi' lui aveva trovato un punto di equilibrio appoggiando la sua schiena alla mia: aspirava, deglutiva un po' di brodo e pensavo, è dappertutto, sentivo il suo respiro affaticato, guardavo mangiare il vicino di stanza, un uomo di sessant'anni, che aveva già finito il secondo, raccoglieva l'intingolo con la mollica di pane, era ricoverato per un piccolo intervento, una breve parentesi prima di ritornare a casa.
Un sabato mattina di fine gennaio mio padre era riverso sul fianco, somigliava a mia madre morente, la guancia sinistra appoggiata al cuscino, la bocca aperta in direzione del muro; dalla finestra entrava un raggio di luce che cadeva con intenzionalità sul fiore infilato dentro la bottiglietta, sopra il comodino. Il vicino di stanza aveva detto, condoglianze, poi aveva ripreso a sfogliare il giornale, alimentando l'alternanza tra il sibilo di mio padre e il fruscio della carta. Mi ero accostato alla finestra per guardare il paesaggio delle ultime ore di mio padre. Un albero del giardino ospedaliero spingeva i suoi rami fino a lambire le finestre del quinto piano; su di essi erano appollaiate due tortore ammutolite in attesa della primavera. I rumori dei lavori in corso per la costruzione dell'edificio di fianco giungevano attutiti. Un camion con la betoniera in rotazione manovrava nel cantiere. Dabbasso, schiacciate dalla mia prospettiva a picco sui quindici metri di strapiombo, i visitatori camminavano verso l'ingresso dell'ospedale come burattini unidimensionali; un'ambulanza entrava a passo d'uomo, certificava un mondo ancora vivo. Guardando attraverso i rami dell'albero spoglio, e poi scendendo verso il tronco e le radici lontane che premevano in direzione del muro di cinta, avevo oltrepassato il confine e appoggiato lo sguardo nella terra povera di un giardinetto comunale, e li' avevo visto la statua dedicata a un agricoltore ucciso dai neofascisti nella strage di piazza Fontana; non riuscendo a sostenere l'orrore a lungo, soprattutto quando l'orrore diventa abitudine e indifferenza, avevo guardato l'orizzonte, il liceo in cui avevo studiato e la stradina che, dopo sei chilometri, conduceva al fiume; li' andavamo a fumare durante i giorni in cui bigiavamo la scuola: la stessa stradina che mio padre, alla guida di un Iveco giallo del comune - la scritta scuolabus sulle fiancate e il posteriore - percorreva negli anni Settanta, quando accompagnava a casa i bambini che abitavano in periferia o piu' in fuori, fino alle cascine che confinavano con il fiume; sembrava di ascoltare, insieme al rantolo secco del respiro, il rumore dell'acqua in tutte le sue modulazioni, sia al centro, nella maggiore portata, sia margini, dove l'acqua scompare lasciando spazio alle pietre, non prima di averle bagnate.
Un'infermiera aveva appoggiato un paravento tra i due letti. Di li' a poco era passata con il carrellino del cibo, ripetendo i piatti del giorno. L'agonia era durata una ventina d'ore, fino alle cinque di domenica mattina.
Dopo pranzo ero ritornato in ospedale per vedere la salma nella camera mortuaria. Lungo la strada il cielo era grigio, faceva freddo, avevo lasciato la bici pieghevole a casa e guidato la macchina per una dozzina di chilometri, lambito la breve serie degli ultimi campi rimasti. Poi era arrivata la neve; ormai qui non nevica spesso, ma ancora piu' anomalo era stato l'incontro con un gregge in quei campi tra capannoni e nuove abitazioni. Andavo a vedere la salma di mio padre sotto i fiocchi di neve, il gregge e i pastori al lato del finestrino, non riuscivo a capire dove uomini e animali potessero andare, quale fosse la loro destinazione seguente, sembravano atterrati da un altro pianeta su quello spicchio di campo. Mio padre era ricomposto nella bara, le scarpe quasi nuove, un abito nero, la cravatta, il decoro come fondamento dell'esistenza, fino al termine, anche oltre, nell'infinito disfacimento dei suoi giorni seguenti." (pp. 45-47)


sabato 13 gennaio 2018

Pamphlet, Céline, l'ipocrisia di editori e intellettuali


(la mia mano e la mia copia)

Sorrido sconsolato di fronte all'ipocrisia tumorale di editori e intellettuali e politici e associazioni che si sono opposti alla pubblicazione dei pamphlet di Céline. Una vera e propria pagliacciata. 
Io i miei li conservo gelosamente.
E li riapro quando capita.
Ritrovando le sottolineature dei miei diciotto, vent'anni e anche quelle dell'estate che si ammalo' mia madre.
E poi un foglietto a righe, ingiallito e coi segni della cenere, con scritti in penna nera i titoli dei libri di Céline che allora non avevo ancora letto.
Ogni giorno ringrazio gli dei per avermi permesso di incontrare questo straordinario scrittore e uomo.

giovedì 11 gennaio 2018

Ancora su Matteo Righetto, Filippo Corridoni, il TG4, libri


Se "Bacchiglione blues" mi aveva felicemente sorpreso, "L'anima della frontiera" (Mondadori), ultimo romanzo di Matteo Righetto, mi ha totalmente deluso. Altro romanzo da leggere in quattro o cinque ore ma questa volta la narrazione non decolla mai. Scrittura troppo lineare, ambientazioni (siamo sul vecchio confine fra Regno d'Italia e Austria, nella zona del Brenta/Asiago/Monte Grappa) e periodo storico (gli ultimi anni del XIX secolo) molto interessanti ma che rimangono ingessati sulla pagina senza mai decollare e vivere dentro al lettore. Gli stessi personaggi non affascinano mai se non nelle primissime fasi del romanzo che sono anche le migliori. Un tempo, parlando di musica, un mio amico usava per un certo tipo di dischi il termine "leccato". Come se tutto fosse a posto, preciso, pulito. Ma troppo. Non ho sentito sulla pelle il sapore della frontiera o quella sensazione d'avventura che mi trasmettevano i racconti dei contrabbandieri che facevano avanti e indietro dalla Svizzera. Peccato. E comunque non mi abbatto e vado alla ricerca delle altre opere di questo autore.

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Una sera di queste la mia compagna m'ha detto accendi su un telegiornale e allora mi son fermato sul Tg4 che era una vita che non lo vedevamo e siamo scesi in una specie di stato ipnotico e nello stesso tempo adrenalinico come quando ti fai di anfetamine. Abbiamo dimenticato di mangiare e ci siamo fatti avvolgere da una scaletta talmente surreale (ovviamente studiata per ottenere quel tale effetto) che a un certo punto ci siamo messi a giocare a cosa sarebbe stato dedicato il servizio successivo. La mia compagna, che è molto piu' sveglia di me e si occupa molto di queste cose, ci azzeccava quasi sempre.

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In un periodo come questo fatto di stronzate propagandistiche sarebbe meglio tornare a riflettere e ragionare su pensieri e persone di spessore come Filippo Corridoni. In giro se ne sta parlando.

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