mercoledì 13 dicembre 2017

Briciole, Costanza Miriano, Camillo Langone, Domenico Di Tullio, HÅN

Aspetti i giorni di riposo.
E poi i giorni di riposo passano nel tempo di una moka.
Li guardi ridotti in briciole dentro al sacco dell'immondizia i giorni.
Fuori la neve si sta sciogliendo.
Dicono che tornerà a nevicare.
Ci sono le lavatrici da scaricare.
Domani si ricomincia.
I fornitori da chiamare, il disastro del cinema per l'arrivo di Star Wars, la riunione del personale domenica alle 10 di mattina, la cena di lunedi' sera.
Certe volte mi chiedo perché ho smesso di fumare.

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Ammiro tutti quelli che continuano a trovare un senso e una forza per pregare, meditare, confessarsi, aspirare a una dimensione che non sia solo terrena. 
Come se avessero un motivo valido per andare avanti.
E con loro tendo sempre a confrontarmi.
Lo faccio da sempre, coi miei modi e le mie idiosincrasie.
Anche se poi finisco per litigarci, scontrarmi, sbattere contro un muro ma non posso farci a meno e continuero' a farlo.

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Altro libro che leggero' a breve. 
Avevo intervistato Domenico qui.

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Grande scoperta.

"La guerra dei bisonti" di James L. Haley (Piemme)


La guerra dei bisonti. L'ultima grande rivolta degli Indiani d'America” di James L. Haley (Piemme, traduzione di Franca Genta Bonelli) racconta, con grande cura storica e stile avvincente, la grande rivolta di 500 indiani Comanche, Kiowa, Arapaho e Cheyenne nel 1874-75, da cui emergono tutta la statura e dignità dei nativi a confronto con la miseria umana dei Civilizzatori. Una rivolta scatenata dalle solite tragiche cause: trattati disattesi, scarsa distribuzione di viveri agli indiani confinati nelle riserve, razzismo, furia civilizzatrice per convertire gli indiani al verbo del Progresso/Cristianesimo/agricoltura e sterminio dei bisonti che era non solo la fonte di principale approvvigionamento ma sopratutto centro della vita spirituale e identitaria degli indiani nomadi.
Inutile dire che la rivolta contro un nemico numericamente superiore e avanzato tecnologicamente condusse alla sconfitta e allo sterminio, al confinamento nelle riserve e all'esilio nelle prigioni della Florida. Da quel momento in poi il le pianure centro-meridionali degli Stati Uniti sarebbero state pacificate e definitamente aperte alla colonizzazione. Nel volgere di una decina d'anni il problema indiano sarebbe stato definitivamente risolto. Salvo il tragico epilogo di Wounded Knee nel 1890 che mise la parola fine ad ogni residua speranza di resurrezione.

Lascio un primo estratto dedicato allo sterminio dei bisonti. 
Se uno lo legge oggi è impossibile non pensare a tutte le ferite che infliggiamo al pianeta dove siamo ospitati e a tutte quelle che infliggiamo ancora oggi alle popolazioni che vivono a più stretto contatto con la natura o a cui vengono sottratti territori per farne piantagioni, per estrarre materie prime.
Succede anche oggi.
Continuamente.

A New York le pelli erano una sorta di novità – fino a quel momento in città non se n'erano viste molte – e dovettero essere messe in mostra fino a quando non furono vendute. Due conciatori della Pennsylvania videro le pelli mentre venivano trasportate per le strade di Broadway su di un carro aperto e quello stesso giorno, qualche ora dopo, si misero in contatto con John Mooar. Gli offrirono tre dollari e cinquanta centesimi per pelle, somma che Mooar accettò prontamente e poche settimane dopo andarono nuovamente a cercarlo. Dissero di aver fatto delle prove sulle pelli e di essere soddisfatti dei risultati ottenuti, e vollero sapere se Mooar sarebbe stato interessato a un contratto per la fornitura di duemila pelli al prezzo di tre dollari e cinquanta centesimi l'una, per un totale di settemila dollari. John Mooar lasciò immediatamente New York per recarsi nelle Great Plains, le Grandi Pianure, e i fratelli Mooar cominciarono immediatamente a cacciare bisonti con una determinazione che nessuno aveva mai visto prima.
A dire il vero i due Mooar si tennero sempre piuttosto in disparte rispetto agli altri, evitando di mescolarsi con la massa, tuttavia la possibilità di fare soldi, facilmente e in fretta, cacciando le immense mandrie di bisonti attrasse schiere di opportunisti proprio come le carcasse in putrefazione attiravano le mosche; e il business vide una vera e propria esplosione. Dodge City, nel Kansas sud-occidentale, divenne il centro principale del commercio della pelli, e probabilmente le cifre più esatte della carneficina sono quelle riportate dal comandante della locale guarnigione militare, Fort Dodge, il maggiore Richard Irving Dodge: nel solo 1873 le tre linee ferroviarie che passavano per Dodge City portarono via 750.000 pelli; mentre per i tre anni che vanno dal 1872 al 1874 si arriva a un totale incredibile di 4.373.730 bisonti uccisi. Questa cifra, affermava Dodge, si riferiva soltanto alle pelli spedite per ferrovia; fonti diverse aggiungono al totale almeno un altro milione.” (pp. 48-49)

Il secondo estratto è ancora più spaventoso e racconta di cosa aspettava i Nativi e cosa stanno vivendo anche oggi, perché le gigantesche contraddizioni in cui si dibattono oggi le varie tribù sono indissolubilmente legate al genocidio da loro vissuto. E se qualcuno pensa che questo genocidio culturale/fisico sia finito si sta decisamente sbagliando.

The Great Atlantic Coast line
Washington, D.C., 29 giugno 1875

W. J. Walker
Genl. Eastern Passr. Agt.
P.O. Box 852

Onorevole Signore,
sotto gli auspici della Atlantic Coast Line è attualmente in preparazione una Guida della Florida rivolta a coloro che il prossimo inverno hanno in programma di compiere un viaggio nel Sud. Si stanno anche preparando brevi schizzi di molte località interessanti della Florida: desidereremmo pertanto, compatibilmente con il vostro incarico ufficiale, avere le fotografie di alcuni degli indiani incarcerati nel vecchio Fort Marion a St. Augustine, in Florida; tutte le spese saranno naturalmente sostenute da questa compagnia. Chiedo pertanto rispettosamente il vostro consenso e confido che la mia richiesta sarà accolta prontamente e molto favorevolmente. 
Molto rispettosamente
W.J Walker
Genl. E.P. Agt.

All'attenzione dell'Onorevole
Commissario per gli Affari Indiani.”

I potenti capi e i fieri guerrieri, coloro che per mesi avevano terrorizzato le Pianure meridionali dal Kansas al Texas, erano così diventati semplici attrazioni turistiche per i raffinati frequentatori della Costa orientale.” (pag. 330)

(Maggiori informazioni qui. Anche se il libro ha una trattazione ovviamente piu' esaustiva e complessa)

martedì 12 dicembre 2017

"Aquarium" di David Vann (La Nave di Teseo)



Acquarium” di David Vann (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Silvestri) è un romanzo straziante e commovente, dall'atmosfera quasi fiabesca, che mi ha lasciato gli occhi gonfi di lacrime al termine della lettura. 
L'ho comprato nell'unica vera libreria della città dopo essere uscito stravolto dal lavoro, sono tornato a casa e ho cominciato a leggerlo finendolo nella notte. 
Ho dovuto bere un paio di birre alla finestra per quietarmi l'animo.
L'immedesimazione in un protagonista non è sempre sinonimo di buoni libri ma in questo caso mi sono totalmente immedesimato nelle due figure femminili: la dodicenne Caitlin trascorre tutti i pomeriggi dopo la scuola all'Acquario di Seattle, ammirando di pesci di tutti i tipi e parlando quasi come una fata con loro (tutte le pagine ambientate davanti alle vasche sono memorabili e che bello scoprire pesci che nemmeno immaginavo e bello vederli anche disegnati nel romanzo), sognando un futuro da ittiologa e la madre, single, Sheri, operaia specializzata al terminal dei container, con un'adolescenza terribile alle spalle trascorsa ad accudire la propria madre morente, e che cerca in tutti i modi di regalare alla figlia un futuro migliore. Due personaggi tratteggiati con grazia dall'autore in tutte le loro contraddizioni e i conflitti che esploderanno (tornerà per farsi perdonare dell'abbandono il padre di Sheri, nel quale l'immedesimazione non è avvenuta e che onestamente è forse l'anello un po' più debole del romanzo, e farà esplodere la situazione), nei loro sogni, nelle loro pulsioni sessuali (Sheri è innamoratissima di Shalini, una bellissima ragazza indiana), nel dolore che stanno vivendo e in quello che hanno causato, causano e continueranno a elargire senza forse nemmeno volerlo. 
Leggere le splendide e atroci pagine in cui la madre costringe la figlia a vivere per due giorni le stesse esperienze da lei vissute quando accudiva la propria madre allettata è stata un'esperienza umana e letteraria imperdibile (al limite dell'autolesionismo) e in queste pagine l'autore offre il meglio di sè per come ha saputo coniugare precisione chirurgica dello stile (l'autore scrive come un'onda marina), tensione emotiva e sguardo lucido sui protagonisti, senza mai ricorrere a gratuiti escamotage per far piangere a comando il lettore e ho sentito nella pelle il corpo prosciugato di mia nonna scossa dal Parkinson che per due anni nei fine settimana veniva lavata, cambiata, nutrita, pulita da mio padre e mio zio e quanto li distrusse fisicamente e psicologicamente quell'esperienza e il corpo di mia madre ridotto a uno scheletro quando le cambiai pannolone, vestiti tutti sporchi e la vidi nuda e morente e la misi sul letto e le feci male perchè toccarla le faceva male e lei che mi diceva “Mi fai male, mi fai male, svegliati Andrea, svegliati, fai qualcosa che abbia un senso nella tua vita!!!!!!!” e io che non sapevo più come muovermi e lei che mi dava istruzioni e io che masticavo vomito, rabbia, dolore, parolacce e quando poi mezz'ora dopo riuscii a metterla a letto, a farla addormentare e mio padre tornò a casa dalla farmacia, corsi fuori di casa e cominciai a correre e arrivai fino alla Cappella della Peste e ci trovai un bambino che pregava in ginocchio su una panca e pensai di avere le allucinazioni perchè somigliava tutto a me quando andavo in quella chiesetta e pregavo per cancellare tutti i miei problemi.
È come se David Vann riuscisse sin dalle prime pagine di questo romanzo a immergerci dentro a una delle vasche dell'acquario e a farci nuotare insieme ai pesci, scoprirli nell'oscurità, chiederci che cosa ci stiamo a fare al mondo, qual è il nostro legame con l'esistenza altrui e soprattutto ci porta laggiù dove si muovono pesci dalle forme inusuali, dai colori splendidi e vite sconosciute per farci riflettere su cosa significhi perdonare ed essere perdonati, se si può o si deve dimenticare il passato e ripartire e se ripartire in quale forma bisogna farlo? 
E ci sono volte, almeno per quanto mi riguarda, che solo stando a mollo nell'acqua calda di un mare o davanti alle vasche di un acquario ho trovato la forza di perdonare, ben consapevole di aver perso per sempre l'occasione più grande per essere perdonato di tutto quello che avevo fatto.

Lascio un estratto e qualche foto di pesce citato in questo libro: 

Mio nonno adesso stava guardando gli altri pesci mandarino, il volto così vicino al vetro che quasi lo toccava. Hai ragione, disse. È quasi lo stesso motivo. Sembra così casuale, ma hanno tutti e due cerchi sulla schiena, uno davanti e un altro più piccolo dietro. Ognuno leggermente diverso pur seguendo un qualche modello. Come se ciascuno di noi si rifacesse a un modello. Come se da qualche parte ci fosse la forma della mia vita, e avessi avuto la scelta tra alcune variazioni, ma non troppo distanti dal modello.
Ricordo che lo disse perché ci ho pensato spesso da allora, all'idea che non ci allontaniamo mai molto, che quella che pare una scoperta è solo la rivelazione di quanto era nascosto ma presente, in attesa. Lo ricordo perché credo possa essere una via per arrivare al perdono, comprendere che per quanto violenta, per quanto spaventosa fosse mia madre, ciò non era dovuto al caso, ma era almeno in parte inevitabile, perché il processo che l'aveva portata a essere quello che era si era messo in moto molto tempo prima e lei aveva sofferto di quel lato della sua personalità tanto quanto me. E nell'attimo in cui mi aveva guardato con disgusto, come se fossi un mostro, non aveva potuto nasconderlo perché era sconvolta. Quando ripenso a tutto quello che accadde quel giorno, mi sforzo di rammentare che era arrivata al limite di sopportazione, mi sforzo di ricordarla prima che mio nonno ricomparisse, prima che fosse messa sotto una tale pressione, quando arrivava a casa e crollava a letto e lasciava che le crollassi addosso e mi aggrappassi a lei come un pesce rana, le mani e i piedi infilati sotto di lei, la morbida possente montagna del suo corpo sotto di me, e sembrava che fossimo il mondo intero.” (pp. 276-277)

domenica 10 dicembre 2017

quando muoiono i cugini

quando muoiono i cugini di tumori al pancreas
e lasciano figli adottati e debiti su debiti dal Brasile alla periferia milanese
tu puoi solo restare a pensare a quanto costa un bicchiere di vino bianco in un bar di periferia
o accendere una candela al primo santo che incontri per strada
e cercare un parcheggio per fare spesa
e intanto guardare scendere la neve
e stare male da cani
perché non c'è detersivo che possa cancellare tutto quel bianco che ti fa puzzare l'anima di cancrena
e quando muoiono i cugini che ci hai parlato tre volte negli ultimi dieci anni
e ci hai parlato di morte e morte e morte
sai che almeno ci saranno altri cimiteri da visitare
altre candele da accendere e altri fiori da acquistare
e allora sorridi
perché almeno avrai qualcosa da fare per continuare a vivere






venerdì 8 dicembre 2017

La solitudine di mio padre e il Natale; Myrkur; Aquarium -David Vann

Io e mio padre non andiamo d'accordo. 
Da anni viviamo in un regime di pace apparente o guerra fredda. O meglio lui si diverte in scaramucce continue e provocazioni, io cerco di non reagire. Salvo poi esplodere e farlo quasi piangere. Ma quando si avvicinano le feste di Natale gli viene quasi impossibile nascondere la sua solitudine e quanto gli manchi mia madre. Perché mia madre durante le feste diventava la donna e madre migliore al mondo. Dai primi giorni di dicembre fino all'Epifania mia madre viveva in uno stato di euforia continua, poi il 7 di gennaio arrivava l'effetto down che mi faceva ridere un sacco. Natale era per lei un'esplosione di desideri da esaudire perché aveva vissuto un'infanzia e un'adolescenza da sottoproletaria al limite della povertà e invece da adulta poteva permettersi molte cose che prima erano solo un miraggio o almeno, si permetteva mandando in crisi nera le finanze di mio padre che le ha sempre lasciato fare quello che voleva. 
Parlo dei regali, del panettone, degli addobbi natalizi. 
Tutto all'insegna di una delicatezza e bellezza fuori dal comune.
Per esempio parlo di palle di vetro, le ultime quattro che ha comprato, per l'albero a 40 euro l'una.  
Senza di lei la casa di mio padre è glacialmente vuota.
Si sente la mancanza di mia madre.
Non serve avergli fatto l'albero o il presepe dopo una discussione con mio padre e mia sorella durata tre giorni perché, non ci crederete, ma scegliere quali addobbi usare è una faccenda complicatissima: ci sono otto scatoloni interi di addobbi.
Nella casa manca mia madre che aveva un quaderno rilegato in pelle che era il diario di ogni Natale con dentro ricette, incontri, regali, propositi, appunti, errori.
Per riportarla in vita mio padre cammina come uno zombie per le strade di Milano, Bergamo, Como, Lecco entrando ed uscendo dagli stessi negozi e bar dove entrava mia madre.
Andando alla disperata ricerca del Panettone Vergani che acquistava mia madre.
Lo fa con meticolosa dedizione ma il vuoto resta e non c'è niente che possa riempirlo.
So che avrebbe voglia di un nipote o di una nipote ma io e mia sorella non esaudiremo mai questo suo sogno.
Mia madre non aveva mai sopportato che io avessi smesso di festeggiare il Natale ma mi chiedeva disperatamente di darle ancora una mano nei suoi acquisti e follie. Di soldi ne spendeva a valanga. Essere nipoti o conoscenti di mia madre era un privilegio e una fortuna. Ricordo ancora che per un paio di guanti che doveva regalare a una sua amica la dovetti portare fino a Bergamo (ho stampato in testa le tre ore di colonna a tornare per colpa di un incidente) visto che mio padre era a Nottingham per lavoro. 
Per me il Natale è invece sempre stato all'insegna della falsità. 
Sorridevo per far contenta mia madre ma non vedevo l'ora che le feste finissero, che i parenti se ne andassero da casa nostra, che ce ne andassimo il prima possibile dalle case dei parenti.
Mi hanno sempre messo angoscia e sono sempre stato male durante le feste.
Adesso solo l'idea di festeggiare il Natale mi mette la nausea.
Tutte le volte che ci penso vedo mia madre morente distesa sul divano accanto all'albero di Natale.
E poi chiudo gli occhi e la vedo che mentre mangiamo piange pubblicamente per la prima e unica volta durante la  sua malattia. Un pianto straziante che ho ancora nelle orecchie. 
E quando smette di piangere mia madre mi guarda e mi dice "Adesso puoi tranquillamente smettere di festeggiare il Natale".
L'idea di sedermi a un tavolo e mettermi in bocca qualcosa, senza che io ci trovi la minima ragione, mi mette la nausea.

Quindi non parlatemi più di Natale che mancano ancora tanti giorni e solo quando si spegneranno tutte le luci, a Gesu' Bambino i pastori avranno messo il pannolone, Babbo Natale sarà tornato a fare le orge con le renne e gli elfi e la Befana si sarà tolta il trucco potro' finalmente tornare a respirare aria leggermente meno inquinata.

(Dimenticavo una cosa: mia madre da quando avevo 7 anni ha sempre fatto preparare il presepe a me.
E la faccenda è complicatissima perché non avete idea di quante statuine sto' cazzo di presepe è fatto e, ovviamente, mia madre non gradiva riutilizzare il muschio finto e allora ogni anno vai a ricomprarlo. Da piccolo c'era quello vero e allora vai a cercarlo e tutta quella cazzo di puzza di muffa in casa.....)
Adesso la versione è alleggerita anche perché sono aumentati i libri e i dvd di mio padre ma fino a quando era in vita dovevo preparare un piano presepe come quello per lo sbarco in Normandia)

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Lo leggero' nei prossimi giorni. Da piccolo non mi piacevano gli acquari ma l'ultima volta che sono stato all'Aquario di Genova sarei rimasto per ore a vedere i pesci girare e girare.

mercoledì 6 dicembre 2017

Biotestamento/dolore; "Unger Khan - Il Dio della guerra"; Città amara

In Senato stanno discutendo di Biotestamento. Argomento sensibile, difficile da affrontare. Si potrebbe parlare di diritto alla vita, di accanimento terapeutico, di diritti individuali, di culto della salute e molto altro. Nella mia vita ho dovuto spesso affrontare questi argomenti perché quasi tutti i miei lutti sono giunti al termine di lunghe e strazianti malattie che hanno lasciato dietro di sè strascichi che non si sono mai risolti. Non credo che una Legge possa risolvere il dolore della vita e certe volte mi sembra che vogliamo invece a tutti i costi alleggerire il peso della malattia, altre volte che vogliamo dai malati un sacrificio immane. Non credo che ci sia un equilibrio. Vorrei scrivere qualcosa di compiuto, serio ma non ci riesco. Ho troppi dubbi dentro di me. Mio padre mi disse che la sua vita è stato un orrore durante la malattia di mia madre ma che sarebbe andato avanti per altri trent'anni in quel modo pur di poterle parlare e vedere i suoi occhi. Forse uno dovrebbe rispondere solo alla propria coscienza ma la morte, se non vi vive fuori dal mondo, non è mai una questione solamente privata. Cosi' come non lo è la vita. Non credo che la vita sia soltanto nostra. Stabilire poi il grado di responsabilità che abbiamo sugli altri e che gli altri hanno su di noi è quasi impossibile. E anche la retorica dei diritti, individuali o meno, mi convince poco.
Penso che questa casa dove vivo, la mia vita intera senza la mia compagna sarebbe vuota e non so come mi comporterei in caso di malattia o malanni. E di questo poi si sta parlando. Quando ci si deve fermare. 
Perché poi a mente fredda si puo' dire quello che si vuole ma nella pratica cambia tutto.
Mia madre era una sostenitrice dell'eutanasia ma quando si rese conto di non avere scampo non voleva sentirne parlare di eutanasia.
Fino all'ultimo volle che le dessi qualcosa per sopportare il dolore ma senza mai addormentarla perché voleva parlarmi, guardarmi, ascoltarmi e dirmi "Sei matto Andrea, quanto sei matto"
E lo so che non c'entra nulla col Biotestamento ma oggi mi sento un po' egoista.

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Uno che invece non si faceva troppe questioni sul togliere la vita agli altri era il mio adorato Barone von Ungern protagonista di questo interessante fumetto.

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Oggi è stato un giorno di riposo in cui dopo essermi alzato alle 6 e aver fatto colazione mi sono seduto sul divano e ci sono rimasto fino ad ora per leggere, correggere qualche pagina e ascoltare musica. 
Alzandomi solo per andare al bagno e prepararmi un piatto di fagioli. 
L'idea di fare altro, uscire di casa, prendere freddo, fare spesa, vedere persone mi mette solo il voltastomaco.

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-qui-


Libro e film bellissimi.

martedì 5 dicembre 2017

"Una separazione", Katie Kitamura, tradimenti


Ero già rimasto felicemente sorpreso e ammaliato dal precedente “Knock out” (Isbn Edizioni) e sono stato colto dalla medesima sorpresa ammirazione leggendo l'ultimo romanzo di Katie Kitamura “Una separazione” (Bollati Boringhieri, traduzione di Costanza Prinetti) che racconta con occhi femminili una separazione in divenire, un divorzio da sancire definitivamente. Kitamura racconta, con stile asciutto, algido e spettralmente carnale, una storia d'amore giunta al termine che si riannoda nella sua fine, nelle parole da pronunciare o mai pronunciate, nella fedeltà e nella morte, nei segreti e nei tradimenti. Racconta cosa sia una separazione che non avviene mai e che ti resta avvinghiata addosso impedendoti di rivivere e di amare nuovamente.

Mentre lo leggevo mi sono venuti in mente alcuni episodi del mio passato legati al tradimento.

Una volta conobbi una ragazza molto affascinante e dopo una breve frequentazione finimmo a letto. Sembrava l'inizio di una possibile storia, seppur all'insegna del non facciamo troppi progetti, poi una sera che stavo in un bar a bere una birra ascoltai un amico di amici parlare di una ragazza e di come ci era stato a letto la sera prima. Più ne parlava più capivo che stava parlando della stessa ragazza che stavo frequentando. Ne pronunciò persino il nome e confessò di essersene totalmente innamorato. Quella sera bevvi tre birre in venti minuti. Il giorno dopo quella ragazza mi disse che mi amava. La lasciai parlare e da quella sera non risposi più ai suoi messaggi. 
Un'altra volta invece a Milano dopo un concerto mi fermai a parlare con degli amici e conoscenti. Uno di questi stava con una ragazza che mi piacque fin dal primo sguardo. Non mi usciva più dalla testa. Volevo vederla nuda. Volevo assaggiare il sapore della sua fica. Volevo accarezzarle il seno. Un amico al quale confessai le mie intenzioni mi pregò di smetterla perché quel ragazzo era una persona seria ed era veramente innamorato e che io non ero quel genere di persona, che ero ragazzo perbene e che non mi ero mai comportato in quel modo. Gli risposi che non potevo farne a meno e che me ne fregavo delle possibili conseguenze. Forse quella ragazza non era così tanto innamorata del suo ragazzo, forse non lo so, ma riuscii a baciarla, a finirci a letto e la sua fica era aspra come un limone. Ma dopo averla scopata una seconda volta non avevo più voglia di averci a che fare. Lei si mise a piangere mentre io volevo solo tornare a casa. Finì tutto quella sera anche se poi tutte le volte che ci incontravamo parlavamo, bevevamo qualcosa insieme come buoni amici. 
Un giorno trovai quel conoscente in un bar. Stava bevendo un bicchiere di vino, si voltò e me lo versò tutto addosso. Non aggiunse una parola, dimostrando di essere veramente un bravo ragazzo.
Poi tutto è cambiato, non ho più visto nessuno di quelle persone e tramite un parente sono venuto a sapere che loro due si erano sposati e che dopo due anni avevano divorziato perché lei lo tradiva un giorno sì e l'altro anche. 
Una sera l'ho incontrata in giro per la città e sembrava ancora quella venticinquenne di allora, biondissima, appesantita da mille borse dello shopping, la sigaretta sempre accesa e ci siamo abbracciati per la sorpresa. Siamo entrati in un locale, abbiamo bevuto uno, due, tre Martini. Il tempo che è volato serenamente. Ci siamo raccontati di tutti quegli anni trascorsi e poi siamo tornati alle nostre rispettive vite. Prima di salutarci mi ha chiesto “Sei ancora matto come allora?” 
“La mia compagna dice di sì...e tu?” 
“Ci sono giorni che ce l'ho così calda...non ci posso fare niente”

Un estratto dal romanzo della Kitamura:



Ne “Il colonnello Chabert”, il romanzo breve di Balzac dove un marito torna dal mondo dei morti – un'opera che una volta avevo tradotto, anche se con poco successo, non ero stata in grado di trovare il registro giusto per catturare la particolare densità della prova di Balzac, di solito traduco narrativa contemporanea, cosa del tutto diversa – il colonnello del titolo è dato per morto nelle guerre napoleoniche. Sua moglie si risposa subito, a parer suo legittimamente, e diventa la contessa Ferraud. Poi il colonnello ritorna dai morti, mandandole all'aria la vita, ed è lì che comincia il racconto.
Anche se la storia pende dalla parte del colonnello – la contessa è l'antagonista, per quanto la si possa definire tale, ed è ritratta come inesperta, manipolativa e superficiale – lavorando al libro mi ritrovai a simpatizzare con lei, fino a chiedermi se quel sentimento trasparisse dalla traduzione, se avessi scelto le parole senza accorgermene. Certo, la simpatia poteva non essere così casuale: forse lo scopo di Balzac, l'effetto che voleva scatenare nel lettore, era proprio quello. Dopotutto essere senza fede e commettere bigamia senza rendersene conto è un destino orribile.
Forse proprio per via di questa preoccupazione – che si riduce a una questione di fedeltà, i traduttori si preoccupano sempre di essere fedeli all'originale, un compito impossibile perché ci sono più modi, spesso contraddittori, di essere fedeli, c'è la fedeltà letterale e c'è quella nello spirito dell'originale, frase priva di un vero significato – in quel momento pensai a Chabert. Nel mio caso, a scatenare una crisi di fede non era l'inaspettato ritorno di mio marito, ma la sua inaspettata scomparsa: era la morte, più che la vita, a far rivivere una relazione indesiderata, a riaprire una ferita ritenuta ormai chiusa.
Non era questo che temeva Yvan? Che affondassimo sotto il peso delle macerie? La linea tra morte e vita non è impermeabile, le persone e i problemi perdurano nel tempo. Il ritorno di Chabert è in sostanza il ritorno di un fantasma – solo Chabert sa di non esserlo diventato, di non appartenere più al mondo dei vivi, ed è questo il suo dramma – un fantasma o piuttosto un homo sacer: un uomo privo di status agli occhi della legge Chabert è legalmente morto; dopo Chabert e la sua fedifraga moglie o vedova, il personaggio principale del libro é Derville, l'avvocato (il conte Ferraud – in questo caso Yvan – non compare quasi mai).
Ma anche se agiamo nell'illusione che ci sia una sola legge a regolare il comportamento umano – uno standard etico universale, un sistema legale unificato – in realltà ci sono più leggi, ecco cosa cercavo di dire a Yvan. Non era anche il caso di Billy Budd? Il capitano Vere è intrappolato tra due leggi, quella marziale e quella di Dio. Non ha modo di fare la scelta corretta, è tormentato dalla morte di Billy Budd, “Billy Budd” sono le sue ultime parole prima di morire (nel romanzo; l'opera – il libretto è di E.M. Foster – garantisce a Vere la vita, avendo Foster e Britten scelto di evitare il cliché operistico di  un ennesimo cantante che stramazza a terra nell'atto finale).
Solo quando Chabert riconosce che la sua condizione legala è separata dalla realtà - cioè che sarà sempre e solo un fantasma per la contessa, e che perseguiterà i vivi quando non dovrebbe – solo quando riconosce la molteplicità delle leggi che governano il nostro comportamento, solo allora si lascia relegare in un ospizio o in un manicomio, e accetta finalmente il suo status di homo sacer. Chabert rinuncia proprio a quei diritti che ha incaricato Derville di ottenere, vale a dire il riconoscimento del suo status di colonnello e marito agli occhi della leggere. Scivola nelle crepe, oltre il raggio della legge; cessa di esistere.” (pp.154-156)