venerdì 17 novembre 2017

Ancora su Bangkok



Ci sono libri che mi restano incollati addosso. Potrei fare molti esempi. Ma rileggendo “Bangkok” di Lawrence Osborne (Adelphi, traduzione di Matteo Codignola), anche per il legame che questo libro intreccia con “Piattaforma”, ho ripensato con insistenza alle migliori pagine di Michel Houellebecq. 
Quella sensazione che non stp solo trascorrendo del tempo ma che sto scavando, attraverso la lettura, dentro a me stesso e facendolo da quelle pagine me sento messo a nudo, compreso, sconvolto, illuminato, cullato, percosso, cullato e questa sensazione di benessere intellettuale ed emotiva non smette mai di abbandonarmi. 

Rileggendo “Bangkok”, a metà fra un memoir, un reportage, una guida turistica, un romanzo e permeato da una sensibilità disarmante anche nei suoi brani più cupi, si sono riattivate le stesse scosse di un tempo e da cui mi sono fatto trascinare con tanto piacere, disinteressandomi di molte delle azioni quotidiane che avrei dovuto compiere una volta tornato dal lavoro.

Trascrivo due estratti, il primo perché mi ricorda tantissimo un vecchio collega di mio padre, uomo gentilissimo e totalmente innamorato del piacere, il classico puttaniere:

A Brian piaceva mettere la sua mano tremula nelle loro, scambiarsi qualche goccia di sudore, e fare due passi fino all'albergo a ore vicino al Soi Cowboy. Gli piaceva, quel posto così sordido, e gli piacevano i soldi, le formalità, il fatto che tutto quanto si svolgesse sempre nello stesso modo. Gli piaceva che fosse una faccenda nuda, essenziale, come un ballo imparato a memoria, un passo dopo l'altro.
Ne parlava col distacco ironico di chi non si fa illusioni su se stesso, e nel suo tono sentivo tutte le qualità dell'anziano puttaniere – un tipo umano con cui quasi nessuno simpatizza, ma io sì, non so che farci. Il mondo si divide in chi pensa che la vita sia una faccenda allegra, positiva e sotto controlla, e chi no. Io no. “Non ho mai capito che cosa ci trova la gente nelle prostitute,” pare abbia detto una volta Michael Myers al suo amico Graham Greene, che ne andava notoriamente pazzo, “è come pagare qualcuno per farsi battere a tennis”. Ma in certi momenti uno vuole proprio questo, perdere a un gioco del cavolo, provare la dolcezza della sconfitta.” (pp. 105-106)

e poi il finale del libro:

Dimenando i suoi grossi, goffi fianchi maschili, Juicy è sfilata davanti alla scuola dei monaci e al caotico mercato sul fiume, fino a raggiungere un moletto con i gradini che scendono nell'acqua, come quelli di un tempio indiano. In quel punto il fiume improvvisamente si apre, diventa immenso, color latte. Gli altri sull'altra riva hanno sempre un aspetto invernale, dovuto credo all'inquinamento. Sul molo c'è una strana statua di un marinaio in uniforme che scruta Bangkok, dall'altra parte dell'acqua, con gli occhi sbarrati. Sui gradini si ammassano centinaia di piccioni in attesa del becchino. Chissà quanto sarebbe piaciuto a Felix.
Con qualche esitazione, tenendo stretto il sacchetto del pesce gatto, Juicy ha sceso i gradini, fino a  quando le onde non le hanno lambito i tacchi a spillo. Poi ha aperto il sacchetto con un certo nervosismo e lo ha abbassato fin sul pelo dell'acqua. Il pesce ha avuto una specie di contrazione nervosa. Vita o morte? Fiume o wok?
Alla fine è guizzato via, tuffandosi fra le alghe galleggianti per raggiungere un'intera colonia di suoi simili, che veniva lì sotto a mangiare le briciole sparse dai monaci. Un calderone ribollente di pesci gatto schizzati, più qualche anguilla appena liberata.
Juicy ha rabbrividito, e si è voltata verso di me. Con quegli zigomi alti, incipriati fino all'insolenza, e quell'eccesso di rosso – per tacere dell'iscrizione sul retro – era un'apparizione. E di colp, guardando lei, ho visto tutti i farang che vivono a Bangkok, e come piccole falene girano intorno alla fiamma che a suo modo anche lei incarnava. Volgare, bellissima, dura. Il sesso di un essere senza sesso, che libera pesci gatto e sa che si incarnerà in qualcos'altro. Magari in una rana. O in un uomo.
“Bai nai?” mi ha chiesto.
In quel momento mi sono ricordato perché amo il buddhismo, anche se non riesco a crederci: perché ha bandito il dramma dell'amore. Molto semplicemente, l'amore non trova posto in una visione che giudica gli animali e gli uomini, con molta chiarezza e altrettanta freddezza, per quello che sono. Le miserie dell'amore non guadagnano mai il centro della scena. Per noi, che imparaiamo a credere all'amore fin dal primo giorno, che lo consideriamo un desiderio acquisito, è sbalorditivo. L'immagine che abbiamo di noi stessi non riesce a essere così fredda. No, noi pensiamo alle nostre vite come maestosi drammi imperniati sull'amore – e naturalmente ci sbagliamo di grosso.
Mentre scendeva la sera, e Juicy e si allontanava con un sorriso altero e un po' deluso, ho ripensato ai fiumi che amavo, il Chao Praya e l'East River, e a ben vedere mi sembravano identici. Anche i fiumi possono rinascere? E i pesci gatto? E le città? Un'altra cosa che non capivo era come mai tanti anni prima, vedendo i monaci scendere al molo 10, non avessi mai fatto due più due, non avesse mai pensato che erano i monaci del Wat Rakhang. In un certo senso mi avevano sempre fatto compagnia, ma non avevo mai pensato che fossero reali. Li consideravo immaginette di un'altra epoca, sottovalutando fino a che punto fossero vivi.
E così ho ripensato a loro. A loro in non so neanche più quale anno, che scendevano dai taxi d'acqua a Wang Lang. Alle loro tuniche, ai loro ombrelli di plastica, ai rosari, e al modo in cui guardavano in alto, verso l'uomo sperduto che beveva un gin tonic in terrazza. Sì, al modo in cui guardavano il nuovo arrivato nel suo piccolo angolo di paradiso impermanente, con l'aria ironica e distaccata di chi si chiede, “Allora, è questo, un uomo solo?”. (pp 259-260)

mercoledì 15 novembre 2017

Lavoro/Cinema/Bangkok; Annalisa Chirico/Fino a prova contraria; Quicksand

Da un anno, anche se potrei anche dire due, lavorare al cinema non è piu' la stessa cosa di prima. In questi due anni ho assistito al cambio di proprietà e il cinema che finisce nelle mani di una catena, il cambio del direttore, i licenziamenti, i cambi di personale, il rifacimento di molte parti della struttura, il mio nuovo contratto che è identicamente precario a quello precedente. Sto vivendo direttamente sulla mia pelle anche la crisi del cinema, di un certo tipo di blockbuster, le logiche assurde (ma ovviamente "logiche") delle catene, la distribuzione assente dei film di qualità, l'imbarbarimento del pubblico e molto altro. Personalmente poi sento la mancanza delle due colleghe orientali che tanto mi hanno insegnato e che in un qualche modo mi permettevano di vivere le fatiche lavorative in un altro modo. Ho pensato a loro ieri, riprendendo in mano, un po' per caso, questo bel libro di cui vi scrivo una piccola parte. La mia collega thai mi diceva sempre "A te piacere possibile tanto Bangkok"


"Questa parte di Rattanokosin, subito a nord del punto in cui il canale si getta nel fiume, è uno dei pochi resti della città vecchia che le autorità non hanno spianato coi bulldozer. Si saranno distratte, chi lo sa. Le superfici delle case sono un labirinto verticale di crepe e fessure, dove le cicale, che probabilmente le scambiando per una foresta artificiale, nidificano. È inevitabile chiedersi come si presentassero le mostruose città orientali di oggi prima di sposare il nostro modello di sviluppo, prima che il loro ideale estetico diventasse l'architettura di Citibank. Nelle vecchie fotografie di Bangkok si vedono viali, filari di alberi, una pianificazione urbanistica meditata e ariosa. Le case sono costruite a una distanza accettabile dalla strada, ed esibiscono facciate cui qualcuno ha rivolto almeno un pensiero. C'erano canali - klong - dappertutto. Poi, in una fase imprecisata dell'Ottocento, i cinesi si sono messi a costruire quartieri commerciali densamente abitati, a immagine e somiglianza di quelli che si erano lasciati alle spalle. E gli spazi, a uno a uno, si sono riempiti. La distruzione è stata completata fra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso, quando i canali sono diventati strade a scorrimento veloce. Fino agli anni Ottanta la grande arteria di Sathorn era appunto un canale. Gli uccelli migratori si fermano ancora sugli alberi che la costeggiano, come ricordassero che li' un tempo c'era l'acqua. Dev'essere che gli uccelli hanno un rapporto col passato migliore, piu' amorevole del nostro.
Ma la notte gli strati piu' fondi di quel palinsesto riemergono. La città diurna si sgretola, e il passato riaffiora. È un fenomeno che Brian conosceva benissimo, anche perché alimentava la sua rabbia verso un mondo ogni anno piu' brutto.
Ad esempio, lo sapevo che secondo le statistiche della World Meteorological Organization Bangkok risulta la metropoli piu' calda del mondo? Con quaranta gradi di media forse potevano inventarsi qualcosa di meglio che tirar su quell'inferno di cemento da quattro soldi, vetro e acciaio, no? "Guarda invece questo quartiere," ha continuato oscillando sul suo bastone "ha qualcosa di tenero".
Migliaia di conchiglie appese ai fili, vibranti. La strada come una nave di vetro scossa dal vento. Centinaia di vasi da fiore nella luce delle lampade. Case gialle con porte rosse, giardini sbilenchi. Un albero in fiore che occupava l'intera strada, il suono arcaico delle radio. Ero felice di aver portato qui Brian, perché lo vedevo riprendere vita. Tutta quella rabbia gli faceva bene, perché gli uomini delle razze fredde hanno dentro una polla di lava incandescente che ribolle di amarezza e poesie. Per un attimo ho pensato alla mia famiglia: ufficiali, contadini silenziosi e diffidenti, muschiose chiesette di paese lungo l'Ouse, piene di bandiere ammuffite e di vecchie insegne dei reggimenti. E vicari identici a quello del romanzo di Goldsmith. Che razza di gente eravamo?
"Era tutto pronto per il domani," ha scritto una volta Henry Miller dei suoi antenati nordici "ma il domani non è mai arrivato. Il presente era solo un ponte, e loro sono ancora li' sopra, a gemere, cosi' come il mondo geme, senza che al primo cretino che passa venga in mente di farlo saltare, il ponte".(pp. 40-42)

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"Slip" dei Quicksand è uno di quegli album che ho ascoltato tantissimo nella mia adolescenza.  qualcuno magari si ricorderà di "Fazer". Un disco che avevo in cassetta e che ho poi recuperato scaricato. Perché la cassetta si è autodistrutta. Walter Schreifels si era poi rifatto vivo con i Rival Schools che avevano registrato una canzone della madonna come questa.


Sulla Epitaph mi viene solo da scrivere che ai tempi del Collegio, sul treno, conoscevo un paio di tizi che ascoltavano un sacco di gruppi di questa etichetta. Forse anche solo quelli della Epitaph.

martedì 14 novembre 2017

Tom Drury, Montaigne, Zigmunds Skujiņš, David Szalay, Good Time, la Sinistra



Letto pressapoco in un paio di giorni e devo ancora rifletterci sopra.
A pagina 87 si trova una bellissima citazione di Montaigne:

"Non può un uomo innalzarsi al di sopra di se stesso e della propria umanità" dice Montaigne. "Noi siamo, non so come, duplici in noi stessi e ciò fa sì che ciò che crediamo non lo crediamo e non ci possiamo disfare di ciò che condanniamo". (pag. 87)

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I Paesi baltici mi hanno sempre affascinato.
Peccato pero' che da quelle parti faccia un freddo cane che mi ucciderebbe.
Questo romanzo l'ho messo in lista

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Altro libro messo in lista.

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Molto curioso di vedere questo film.

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Potrei aprire una rubrica fissa sulla situazione attuale della pseudo sinistra italiana. 
Proprio ieri mi ha scritto un amico. Figlio e nipote di comunisti e socialisti. Da sempre uomo che ha votato per Rifondazione o Partito Comunista dei Lavoratori. Iscritto alla Cgil. Tempo fa mi aveva chiesto di consigliargli qualcosa da leggere e io gli avevo risposto, visto che non ci sentivamo da un po' di tempo, chiedendogli poi come stavano i suoi figli, sua moglie e punzecchiandolo sulla sua fede comunista.
Ieri mi ha risposto dicendomi che per la prima volta nella sua vita alla prossima tornata elettorale resterà a casa. Che se ne infischia dell'argine contro le Destre, i grillini, eccetera. Che si sente vuoto e stanco. Stamattina mi ha scritto un messaggio con cui mi chiedeva di comprare Il Manifesto per capire le sue ragioni. 
Io che non ho mai votato per un partito o chesso' altro e che non mi sognerei mai di votare per una qualsiasi costola della sinistra sono andato a comprare il suddetto quotidiano (che qui costa 3 franchi e 20, diciamo quasi 2 euro e 80) e ho compreso perfettamente.
Mi è bastata la foto di copertina e pagina 2 e 3. 
Il mio amico non si appella all'unità o robe del genere.
Si lamentava della mancanza di speranza e fiducia, di credibilità dei programmi, eccetera, eccetera.
Ecco, onestamente nel 2017 (lasciamo stare Renzi e i suoi accoliti) chi puo' mai avere fiducia e riempirsi il cuore con Civati, Montanari, Fratoianni, Boldrini, Grasso, D'Alema, Falcone, D'Attorre, Acerbo, Fava e compagnia bella?
Quando mi son messo a leggere l'intervista di Civati mi è venuta voglia di drogarmi immediatamente.

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lunedì 13 novembre 2017

Giulio Meotti - Philippe Muray

Pochi giorni fa scrivevo che leggo ormai pochissime recensioni e che faccio pochissime eccezioni. Una di queste eccezioni é uno scritto che Giulio Meotti ha dedicato a Philippe Muray su Il Foglio di sabato scorso.

Ve lo trascrivo integralmente e questo libro di Murray é veramente bello.


(L'ho trascritto per tenere in allenamento le mie dita doloranti e abituate a tenere per ore a stringere e stringere)

Ecco il pezzo:

"La banalità del bene e la dittatura del consenso molle.
Il volto terribile della “città del cuore”
Philippe Muray a Stanford nel 1983 vide la morte del sesso, della letteratura, del dissenso, dell'arte e di ogni differenza culturale. Una “crisi iperglicemica di buoni sentimenti” che sarebbe dilagata in tutto l'occidente.

È il 1983 quando Philippe Muray viene chiamato dal grande antropologo René Girard a insegnare letteratura francese per un semestre a Stanford. Muray stava già lavorando a quello che sarebbe diventato il suo capolavoro, “Le XIX siècle à travers les ages”. Fu in quell'università, tra le più quotate d'America, che per la prima volta si esclusero dai programmi Dante, Omero, Platone, Aristotele, Shakespeare e gli altri grandi protagonisti della cultura occidentale. Il motivo: secondo il comitato di professori e studenti che stabilì i piani di studio, tutti questi classici erano “razzisti, sessisti, reazionari, repressivi”, e nei programmi del primo corso andavano sostituiti da esponenti della cultura del Terzo mondo, delle minoranze americane di colore, delle donne e della contestazione, anche se molto meno noti. Allan Bloom, il docente di Chicago che aveva scritto il bestseller “La chiusura della mente americana”, disse che così si stava distruggendo l'insegnamento della logica e della tolleranza. Amanda Kempo, che guidava l'Associazione degli studenti afroamericani, rispose che il messaggio dei vecchi programmi è uno solo: “Nigger go home”, torna a casa negro, perchè “esalta il maschio bianco occidentale e mira a conservargli il dominio sui non-bianchi, sulle donne e sul Terzo mondo”. Così. “Controrivoluzione e rivolta” di Herman Marcuse prese il posto di Cicerone, Goethe, Cervantes e Stuart Mill.
“Davanti a noi un eterno Mattino Magico”, scriverà Philippe Muray, che in quei mesi ascoltava e osservava, allibito, prendendo nota. “Qualcosa di strano e terribile, che non aveva ancora nome, si stava rivelando”, dirà lo studioso francese in seguito. “In un paese che non badava né alla dialettica né ai ricordi, per il bene dell'umanità si compiva la temibile unione dell'ottimismo progressista e degli spiritualismi più sfrenati. Dietro ai volti ostinatamente sorridenti che si vedevano in giro incombeva la minaccia. Una specie di religione stava venendo alla luce sotto gli auspici dell'Armonia, irrefutabile più delle religioni antiche e provvista delle risorse definitive, quelle farsi per accettare ovunque. Niente di ciò che aveva davanti agli occhi esisteva ancora altrove”.
Muray è scomparso nel 2006 a sessant'anni e non ha fatto in tempo a vedere che quello che allora aveva davanti agli occhi in nuce sarebbe dilagato in tutto l'Occidente. Il grande wellness occidentale. Il Mondo Nuovo dei puritani. Però Muray nel 1993 fece in tempo a consegnare in libreria il suo saggio più corrosivo e importante, “L'empire du bien”, tradotto adesso in italiano da Mimesis.
C'è tutto in quel libro, il culto dell'infanzia, la lotta per l'uguaglianza trasformata in imperativo paranoico e censorio, le isteriche rivendicazioni di giustizia che diventano sistemi persecutori, le richieste ossessive di protezione e “safe space”, i moralismi, la giustizia che corre sulla bocca di tutti, il puerilismo e le grandi guerre che una società buona e giuste deve vincere (razzismo, sessismo, omofobia).
Muray è stato il primo e il migliore dei saggisti francesi anti-moderni, il più elegante e allegro. I suoi bersagli erano numerosi, dai bobo alla femminilizzazione, dallo spettacolo della buona coscienza alla fluidità culturale, e poi ancora la miscela di generi e l'illusione di aver sradicato il male.
“Nel nostro Paese delle Meraviglie il Bene non ha semplicemente nascosto il Male, ma ha addirittura vietato che il Male venga scritto, e che sia quindi sentito o visto. Orwell si è sbagliato di poco. Le tinte drammatiche della sua profezia gli hanno fatto mancare il bersaglio: il film-catastrofe del futuro ha tinte rosa pastello”.
Creatore di neologismi insuperati – il più famoso è l'Homo festivus – Muray era virtuoso, aggressivo, metteva a disagio con la sua malizia rabelaisiana. Il mondo che professava di prendere in giro lo aveva ribattezzato “Cordicopolis”, la città del cuore. Un “luminoso degenerare”, lo chiamava, in cui tutto si tiene. “La famiglia, le coppie, la felicità, i diritti dell'uomo,  la 'cultura adolescenziale” degli hooligans, il business, la fedeltà e la tenerezza, tutti insieme appassionatamente, i padroni, le leggi di mercato ben temperate dalla dittatura della solidarietà, l'esercito, la carità, i figli voluti e rivoluti, i neoliceali che si credono yuppies, l'erotismo piccolo piccolo, la pubblicità cosmica, gli zulù che chiedono solo di essere riconosciuti. Tutti laccati, tutti leccati, lisciati, il Meglio del Meglio si diffonde, l'Eufemismo magnificato nel peggiore dei mondi migliori divenuto spaventosamente possibile”.
Muray si era formato come traduttore di scrittori anglosassoni (London, Melville, Kipling...) e aveva studiato lettere a Parigi. Uno spirito legato alla tradizione controrivoluzionaria di Joseph de Maistre e Leon Bloy, un novello Karl Kraus, l'apocalittico beffardo. In tanti si diranno allievi di Muray, Alain Finkielkraut, Jean Baudrillard e Michel Houellebecq, che lo considera uno dei dei più grandi geni letterari francesi del XX secolo.
Proprio come uno dei suoi oggetti di studio, Louis Ferdinand Céline, cui dedicò un celebre saggio che teneva dentro tutto, genio letterario e antisemitismo, Philippe Muray è riuscito a illuminare il dolce disastro contemporaneo, dove il “festival” è legge, “il figlio naturale di Debord e del web”. Alla fine era diventato il portavoce del movimento anti-giustizialista con la sua denuncia della correttezza politica e dell'infantilizzazione dei consumatori, ridotti a una “passività euforica” in un “asilo egemonico”. Era politicamente inclassificabile. Muray, analizzava le contraddizioni della società odierna senza proporre ritiri o rivoluzioni. Un vagabondo ideologico, un moralista per il quale il pensiero critico doveva essere un'arte. Quello che Muray intuì a Stanford era la tirannia dei buoni sentimenti. Nacque allora il “millennio in crisi iperglicemica”. Il mondo come fabbrica di piaceri e diritti. “Il Bene è la risposta anticipata alle domande che abbiamo smesso di farci. Piovono benedizioni da tutti i cieli, gli dei sono caduti sulla terra, la seduta è tolta, olé! Non esistono alternative alla democrazia, alla coppia, ai diritti dell'uomo”. Un millenarismo che inghiotte tutto. “Ascoltate il vostro corpo, andate in palestra, tonificatevi. Cose buone dal mondo. Scoprite i benefici dell'acquagym, lottate tra le canne di bambù, abbattete il tempio Inca di cartapesta, anche voi potete entrare nel Regno Incantato”.
L'America che vide Muray divenne il terreno fertile per una “Nuova Bontà” che “guida il popolo contro sessismo, razzismo, discriminazioni di ogni tipo, maltrattamenti di animali, traffico d'avorio e di pellicce, contro i responsabili delle piogge acide, la xenofobia, l'inquinamento, la devastazione del paesaggio, il tabagismo, l'Antartide, i pericoli del colesterolo, l'Aids, il cancro eccetera eccetera eccetera”.
L'epoca dello zucchero senza zucchero, delle guerre senza guerra, del tè senza teina, del “dibattito in cui tutti sono d'accordo per dirsi che in fondo sì, domani sarà meglio di ieri”.
Una storia che galoppa in cui “ci trattano con i guanti bianchi, ci cullano, ci proteggono dai pericoli. Un puro fatto grezzo, brutale, ci capitasse per davvero, ci metterebbe ko in due secondi. Il minimo evento è preannunciato, segnalato, telegrafato, con tanto anticipo che poi, quando succede veramente, sembra la commemorazione di se stesso”.
Questo bene assoluto e insindacabile Muray lo definisce “la vecchiaia del mondo”. “Non basta essere contro la morte, l'apartheid, il cancro, gli incendi boschivi; non basta volere la tolleranza, il cosmopolitismo, le feste dei popoli e il dialogo tra le culture; non basta condividere le sofferenze degli etiopi, dei nuovi poveri, degli affamati del Sahel. No, non è sufficiente. La cosa fondamentale è dirlo e ridirlo, ripeterlo mille volte al giorno”.
Viviamo in un'atmosfera di religiosità furiosa. “E non sto parlando della buona vecchia religione di una volta, perchè l'ateismo avanza, lo vediamo tutti, l'indifferenza si diffonde, le grandi fedi di un tempo (quelle sì che erano veramente folli e, in quanto tali, potevano giustificare la follia religiosa) sono sostanzialmente sparite. La nostra religione è ancora più delirante: la vera fede, oggi, è quella crede nello Spettacolo”.
I nuovi misericordiosi sono “i cantanti, gli attori, gli sportivi, i creativi della pubblicità, sono loro, lo sappiamo, i veri modelli del nuovo esercizio di apologetica spettacolare. Vi sbattono in faccia il loro entusiasmo senza colpo ferire, con così tanto trasporto, si lanciano con così tanto fervore contro la droga, contro la miopatia congenita, contro le alluvioni, contro la fame nel mondo, per i diritti dell'uomo, per salvaguardare l'esistenza dei curdi, e con toni così convincenti, partecipi, commossi, che anche voi avete la sensazione, nel vederli scagliare le loro frecce coraggiose in pertugi tanto inesplorati, anche voi credete, per un attimo, che quelle Cause le abbiano scoperte loro”.
Anche il linciaggio indossa abiti buoni, progressisti, giusti. “Buttati fuori dalla porta, gli antichi riflessi di odio e di esclusione rientrano in fretta dalla finestra per scagliarsi contro nuovi capri espiatori sempre più incontestabili”. Un esercito della virtù, dice Muray, che ricorda la “polizia religiosa” saudita che pattuglia le vie per far rispettare la sharia, “vigilare perchè i negozi rimangano chiusi durante le ore di preghiera e battere le donne che lasciano intravedere un centimetro di pelle. Forse succederà anche qui da noi, basta aspettare un pochino”.
Il consenso deve essere totale. “Il transessualismo di massa non è più un'utopia, anzi, è diventato la nostra realtà sostitutiva. Qual dolcissimo struggimento! Da una parte stanno le nozioni antipatiche: 'frontiere', 'mutilato'; dall'altra ci sta la 'trasgressione', concetto brioso e totalmente innocuo. Il tutto culmina naturalmente nella celebrazione dell'essere androgino, il paladino ideale, come è giusto, del nuove ben pensare”.
È anche la morte del sesso in un tempo che sembra celebrarlo in ogni momento. Una fata morgana. “Mai come ora invece impazza, e impazzerà sempre di più, la ricerca dell'asessuale. Abbiamo creduto al trionfo dell'erotismo, in forma scritta o filmata, semplicemente perché per un attimo ci è sembrato fruttuoso, redditizio. Oggi è bell'è che finita. Si torna alle cose serie. L'odio contro il sesso si perpetua cercando nuovi e feroci punti di appoggio”.
La “coppia” è il nuovo ideale. “Nei rapporti tra i sessi non c'è più alternativa alla coppia, ufficiale, di fatto, omo, etero, poco importa, purchè sia coppia. Nella sfera privata l'Aids ha giocato un ruolo simile a quello avuto dal crollo del Muro di Berlino in politica. Non c'è più scelta, né per l'individuale né per il collettivo. Basta scelte nel sociale, basta scelte nel privato. Finito anche lì. Si cali il sipario. Il nostro mondo è pieno di riunificazioni meno commentate, certo, e più discrete dello scioglimento della DDR, ma altrettanto traboccanti di strepitose novità per il futuro”.
Il dissenso è proibito. Si instaurano nuovi psicoreati. “Ci troviamo oggi in una situazione che ricorda – ma è mille volte peggio, è mille volte più inquietante – quella del Seicento, quando avere un'opinione propria, essere un individuo, mostrarsi come individuo costituiva la definizione stessa di eresia. La libertà di pensiero è sempre stata una malattia. Oggi, finalmente, possiamo dirci completamente guariti. Chi non declama il catechismo collettivo è additato come pazzo. Mai come oggi il gregge di coloro che guardano scorrere le immagini ha temuto che un minimo scarto, una variazione, potessero danneggiarlo. Mai come oggi il Bene è stato sinonimo di una condivisione così assoluta.”
Martella ogni giorno un solo messaggio “La cultura è buona e giusta, il cinema è vita, la poesia è amore, il teatro vi aspetta e la pittura ci riguarda tutti”. Il bambino è il nuovo idolo. “Pass-partout intoccabile, il martire di tutti i Telethon, il direttore successore di quello che più vi aggrada: del Popolo, della Morale, dei Costumi e della Religione! Ma anche di Dio stesso, perché no? L'erede universale. Il Grande Feticcio. Il Frustino di tutte le scudisciate. In suo nome si vietano le visualizzazioni in rete ogni volta che si vuol fare fuori qualcuno... Ah! Il Bambino! I bambini salveranno il mondo!”.
Censori e delatori, eccolo i nuovi inquisitori soft. “Il dispotismo del Consenso molle ha tutt'altre caratteristiche, ugualmente spaventose. La sua forza sta nell'essere quasi invisibile e al tempo stesso effuso, diffuso, senza vie d'uscita, senza alternativa, non c'è possibilità di guardarlo dall'esterno e magari accerchiarlo, o almeno colpirlo, obbligarlo a reagire e quindi a mostrarsi, in modo che riveli così la potenza e la vastità del suo impero tirannico. Il Consenso molle trova la propria legittimazione – e gli indici di ascolto ne danno prova quotidiana – nell'essere desiderato da tutti, da tutti considerato come estrema forma di protezione”.
Per proteggere l'Impero del bene, si deve “stoppare chiunque abbia la vaga idea di pronunciare qualche cosa di non allineato, di ermeticamente non consensuale, di appena appena non identificato” e rientra in questa categoria “ogni idea che dal collettivo non parta per poi tornarvi immediatamente”. Si tratta di un immenso progetto terapeutico che consiste nel “trasformare la maggior parte di noi in militanti della Virtù, contro una minoranza di tardivi rappresentanti provvisori del Vizio che verranno fatti fuori gradualmente”.
E l'impero del bene ha i suoi tartufi. “È socio fondatore di varie associazioni NO a qualcosa, CONTRO qualcos'altro, ha frequentato le migliori università e scuole specializzate, è socialista moderato, o progressiste scettico, o centrista del terzo tipo”.
È un nichilismo di tipo nuovo. “Quello di un tempo aveva foggia rossonera; oggi è rosa pallido, pastello tenue dal cuore d'oro, tarocchi New Age, yogurt bifidus, karma, muesli, sviluppo sostenibile delle energie positive, astrologia, esoterico-rilassante, occultico-rigenerante”. Il consenso si è liberato dal comunismo semplicemente realizzandolo. “Non è un'ironia della sorte che l'ignobile concetto americano di Politically Correct venga abbreviato Pc dai media. La collettivizzazione si è infine compiuta, tra musica e colori”. Tutto e tutti devono sciogliersi, così che “lacrime, amore, passione, generosità ed effusioni annunciano l'imminenza di una nuova Età dell'oro”.
Il Pc uscì da Stanford per estendersi a macchia d'olio su tutta la cultura occidentale, accademie, libri, tv, giornali. “I cervelli sono kolchoz. L'Impero del Bene ha attinto a piene mani da quell'antica utopia: burocrazia, delazione, esaltazione appassionata della giovinezza, smaterializzazione del pensiero, abolizione dello spirito critico, addestramento osceno delle masse, annientamento della Storia a forza di attualizzazioni, appello al Kitsch al sentimento contro la ragione, odio del passato, uniformazione degli stili di vita.”
Il trionfo dell'individualismo è una mera illusione, “una delle tante amene verità giornalistico-sociologiche di consolazione, quelle che ci sciroppano quotidianamente in un mondo in cui ogni singolarità, ogni particolarità è in via di estinzione”.
Sta morendo la grande letteratura: “Da sempre, la letteratura è fatta, almeno in linea di principio, per demolire le credenze del mondo. Se esistesse ancora la letteratura, se ci fosse ancora scrittori, anzichè “autori” , anzichè “libri”, forse ci si potrebbe divertire. Ogni opera di un certo respiro è sempre stata impavidamente antimoralistica, contro qualsiasi pastorale”. Oggi gli scrittori sono tutti “velati, sorridenti, zuccherosi”.
Una letteratura “addolcita, climatizzata, spianata, livellata pure lei, schiava della comunicazione, denicotinizzata, allineata, decatramizzata, aizzata a dovere”. Ma muore anche l'arte del postmoderno: “L'artista, oggi – che sia minimalista, concettuale, o estremo contemporaneo – sopravvive sempre in quanto specie protetta, residuo filantropico”.
Hannah Arendt immortalò la banalità del male. Philippe Murray ci ha regalato la sua evoluzione: la banalità del bene. “Questa società non partorirà che uomini muti o oppositori”. Non ci resta che allinearci.
“Il Paradiso è adesso!”.


Mentre lo trascrivevo ho ascoltato questo album:


sabato 11 novembre 2017

Sabato sera


Pisa Book Festival, Book City, Festival dell'artista incompreso, dello scrittore esordiente, presentazioni, reading, premio letterario di Lecco, eccetera, eccetera.
Alla fiera di Mendrisio ci sono i maiali, li uccideranno e ne faranno salami. I visitatori mangiano, si strauccidono di grassi, alcolici, accendono candele nella chiesa del santo, si divertono al luna park, toccano le gomme dei trattori e si leccano le labbra davanti alla nuova motofalciatrice, assaggiano formaggi e arrosticini, bevono Merlot e vincono peluche al tiro a segno. 
Tutto magari molto volgare, paesano, inaccettabilmente sanguinario per i vegetariani/vegani/schizzinosi come me, molto fintamente “storico”, ma continuo a capire e rispettare chi decide di trascorrere una giornata in una fiera di questo genere coi propri figli, amici, parenti (e fra poco in città arriva pure il circo e non mi piace il circo ma capisco chi lo ama e ci porta i propri figli), chi se ne va via con un palloncino o una confezione di miele biologico ma non ho mai capito, vi giuro, perchè uno debba buttare via del tempo a frequentare festival/saloni letterari/culturali. 
Ci sono stato anche io, forse tre/quattro volte al Salone di Torino e ben due volte di queste solo per incontrare due carissimi amici e i miei editori. 
All'ultima presentazione di un libro, ormai lontana quasi un decennio, forse anche di piu', me ne sono andato prima che l'autore arrivasse.
Mentre tornavo in treno la sensazione che mi trascinavo addosso da tutti quegli stand/chiacchiericci/biglietterie/autori/giornalisti/editori é sempre stata quella di essermi sporcata l'anima.
Rientrato in casa ho sempre sentito il bisogno di farmi una doccia, bere qualcosa e fare una lunga camminata per sentirmi di nuovo vivo.

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Non m'interessa scrivere di Ostia, Casa Pound, Spada e bla bla bla ma di una piccola cosa: i pacchi distribuiti e l'ipocrisia di chi critica queste mobilitazioni. Sono telegrafico volutamente. Perchè chiunque si sia interessato di politica, l'abbia vissuta dentro o da vicino, abbia seguito una qualsiasi elezione e un qualunque partito politico sa di cosa sto parlando. Ristabilite alcune coordinate poi si può cominciare a parlare approfonditamente di questo e quell'altro.
E comunque ho riguardato Di Stefano in tv e sorrido a come avrebbero potuto commentare questa comparsata gente come Drieu o Brasillach e cosa avrebbero pensato dei giornalisti, del conduttore, del pubblico. Non oso immaginare che parole di fuoco avrebbe usato Céline. 
Di sicuro, nel 2017 sentir parlare ancora del prefetto Mori e di lavori forzati in Cirenaica mi lascia praticamente incapace di proferire qualunque pensiero logico perché non ce ne sono.
Meglio dedicarsi a qualche sitcom americana.

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Di sicuro cercherò di andare a vedere questa mostra:



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Ieri sera ho provato a guardare Svezia-Italia. Mi sono addormentato dopo pochi minuti, mi ha detto la mia compagna che mi ha lasciato giustamente riposare mentre lei ascoltava musica. Quando mi sono svegliato c'era uno che gridava: “In culo, in culo!”.

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Quanto lo sto ascoltando questo disco, non posso smettere di ripetere che è uno di quei dischi affascinanti che mi prende la mattina presto:


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venerdì 10 novembre 2017

Buddhismo e The Lost Woman

Se c'è qualcosa che mi hanno insegnato il Buddhismo (semplifico molto, anche perché non sono buddhista), i libri che ho letto su questo argomento, gli incontri che ho avuto, è stato quello di vivere le vere situazioni di conflitto lavorative lasciandomele scorrere addosso, senza per questo essere menefreghista. 
Praticamente mi ha insegnato a non far prevalere quella voce dentro di me che mi farebbe uccidere, intendo veramente uccidere, prendere a sprangate, lavare di olio bollente la persona davanti a me, prenderla a testate, mettermi a urlare e piangere, mollare tutto e andarmene. 
Cercare la violenza fine a se stessa e la mia autodistruzione totale.
Riesco da qualche tempo, mediamente (e sto semplificando nuovamente), a gestire questo tipo di situazioni e a farle evaporare entrando in una specie di stato sonnolente dove non sento piu' nulla, mi svuoto, elimino le scorie e respiro.
Questo pero' funziona per un tempo limitato.
Molto limitato.
Tipo adesso, che la voglia di spaccare la faccia a questo stronzo è risalita appena sono tornato a casa e ho già bevuto due birre senza accorgermene e mi chiedo perché sono stato zitto, perché gli ho permesso di comportarsi in quel modo, di alzare la voce, di non concedermi nessun tipo di contraddittorio se non le sue pillole di saggezza da uomo che sa tutto del mondo, di considerarmi un perfetto coglione e schifoso uomo delle pulizie anche se tutto fatto con sorrisini e leccate di culo.
E allora vuol dire che non ci ho capito un cazzo del Buddhismo e che forse tutte le religioni/discipline sono in fondo delle grandi stronzate, anche se so che non è vero e che la mia parte buia, violenta, intransigente, autodistruttiva è dentro di me, come un peso, una pianta che fa frutti e un'amica dentro cui specchiarmi e con cui fare i conti tutti i sacrosanti giorni da quando sono nato.
E quando sto cosi' male come oggi e tantissimi altri giorni della mia vita e sorrido solo perché bisogna sorridere, tirare avanti, finire la giornata, accontentare tutti, tutti quelli che vorrebbero vederti triste o felice, addolorato e resuscitato, sorridente e depresso, accendo su Youtube per guardare questo video e piango.
Non ho mai pensato che le lacrime servano a purificarmi.
Piango perché quando sto male piango o mi chiudo nel mutismo piu' assoluto o fingo che tutto vada bene.

giovedì 9 novembre 2017

Piccole storie (ambiente, le multe, musica, libri e altro)

Sto sempre malissimo e mi girano i coglioni quando vedo il paesaggio sfregiato dalle gru e palazzine che sorgono ogni giorno, piani regolatori folli, pezzi di storia cancellati dalle ruspe. Ho visto ville bellissime far posto a palazzine anonime che resteranno nella storia proprio per rappresentare la stupidità di chi le ha progettate, volute, difese. È un susseguirsi di progetti faraonici, figli della logica del profitto, del servilismo ai diktat dei costruttori che poi vanno sempre a braccetto coi politici che avallano e sponsorizzano i loro progetti, con la complicità di coloro disposti a tutto pur di ricevere un soldino in elemosina. Piccole, apparentemente, storie come quella di cui scrive Corrado Mordasini sul Gas: "SCEMPI EDILIZI, NON IMPARIAMO MAI. Continua la cementificazione del territorio: costruzione di 123 appartamenti in programma a Melano". Tutto cio' non significa vivere a tutti i costi nel passato ma se penso a come è stato distrutto/ridotto/rifatto il rione dove è nata mia madre e dove sono vissuto, di impianto medioevale, con delle belle corti popolari e l'impronta nelle fondamenta di un fortilizio mi viene da star male. Nessuna bellezza, nessuna cura stilistica, niente di niente. Solo costruzioni dozzinali, che creano piazze finte che non servono a nessuno.

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E certe volte mi chiedo cosa resterà del paese dove sono cresciuto.
A breve in piazza resteranno solo: l'edicola, un bar che si riempie solo la mattina presto/il giorno del mercato/la domenica della messa, la posta, due banche (ma non si sa ancora per quanto), un fiorista a fine corsa e un ottico a fine corsa pure quello. Il resto si sta trasformando nel deserto. Qualche negozio resiste nelle vie laterali ma solo in determinati orari e periodi dell'anno. L'ultima volta che son tornato a casa e sono passato alle 4 del pomeriggio dal centro non c'era praticamente anima viva in giro.



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Ok gli incidenti, ok la prevenzione e tutto quanto ma ormai è una tassa/multa continua.
Mi accodo al disgusto generale ma fra controllo targhe, telecamere ovunque, limiti assurdi, divieti, parcheggi, eccetera è diventato davvero quasi impossibile guidare e guidare è uno, almeno per me, dei piaceri migliori al mondo.
Ti viene il terrore anche solo quando sali al volante. Tra l'altro vivo in un Paese come la Svizzera che su questo argomento è severissima. Ho visto coi miei occhi autovelox sui 30 all'ora e multe salate su frecce non messe. Un giorno chissà metteranno anche la multa se pisceremo troppo veloce.

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Un articolo interessante di Piero Sansonetti: "Come sarebbe bello se Marchionne pagasse le tasse".

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Due libri che mi interessano, diversissimi fra loro:




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Un manga segnalatomi dal caro amico Federico Magi.
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Sempre da gustarsele le vignette di Vincino.