venerdì 20 luglio 2018

Qualcosina su "Corpus Christi" di Bret Anthony Johnston (Einaudi)



L'errore era suo, e anche su questo non avevo voce in capitolo. Se lo sarebbe portato addosso, quell'errore, e io l'avrei seguito in attesa di un'altra possibilità per sentirmi vicino a lui. Ma lui non avrebbe mai cambiato parere. L'errore sarebbe rimasto con lui per il resto della sua vita e anche dopo la sua morte nessun senso di complicità avrebbe attecchito. Avrei cercato di ritrovare, di afferrare quei talenti di mio padre che su di me non avevano effetto, ma i miei tentativi erano sempre destinati a fallire, come se mi mancassero gli attrezzi giusti, come se le mie mani troppo piccole e goffe cercassero di afferrare solo fumo.” (Due bugiardi, pag. 171)





 “Ricordami così” (Einaudi, traduzione di Federica Aceto) è stato come varcare la soglia di un'ospedale dell'anima e poi camminare ed entrare da reparti e stanze che portano il nome di: morte, tradimento, cancro, chemioterapia, bugiardi, abbandono, serpenti, depressione, incidenti automobilisti, uragano Alicia, ictus, morfina, bambini morti, Karankawa, psichiatria, medicine e da ogni porta aperta, ogni lettino, ogni sedia, ogni finestra, ogni ospite, paziente ricevevo spiragli di luce e speranza che poi perdevo e riacquistavo ogni volta che tornavo su e giù per i corridoi. E i corridoi degli ospedali, e li conosco bene, mi hanno sempre ricordato l'atto del respirare. Prendere fiato e poi perderlo. E intanto camminare e camminare. Ho disegnato percorsi sul mio corpo camminando per i corridoi degli ospedali.

Leggere questi racconti, tutti ambientati a Corpus Christi (Texas) e dintorni, potrebbe risultare faticoso a molti lettori. Quando ho acquistato questo libro (insieme a questo) il commesso mi ha detto (e sono ancora qui a chiedermi per quale motivo abbia aperto bocca) che gli sembravano strane letture estive e infatti qualcuno potrebbe chiedersi perché leggere di tutto questo dolore, perché immergersi con tutto se stesso dentro al dolore anche quando fuori splende il sole e ci sono un sacco di storie in giro più consolanti, educativi, speranzose. Come se d'estate il dolore scomparisse. Come se non morisse anche d'estate. Come se l'estate fosse stupidamente un atto di sospensione dall'esistenza.

Perchè l'ho letto e poi ancora riletto in alcuni passaggi? Perché lo stile di Johnston, che segue le orme di Raymond Carver (nel primo racconto "Gente che cammina sull'acqua" è impossibile non ricordare  lo sconvolgente racconta "Una cosa piccola ma buona"), Andre Dubus, Robert Stone (scrittore troppo spesso dimenticato) e ricorda quella di Paolo Mascheri (e lo scrivo non per amicizia ma perché c'è un sottile filo umorale, di tensione vitale, esistenziale, doloroso, che unisce questi due scrittori), è di una bellezza sconvolgente, molto muscolare e insieme delicato, ma mai e poi mai banale, di grande delicatezza. È come se l'autore bussasse alle spalle del lettore e poi lo baciasse e poi lo prendesse per mano e poi gli accarezzasse i capelli mentre gli racconta di come son morti un padre o una madre.

Le pagine di questi racconti mi si sono incollate alla pelle perché l'autore è riuscito nella difficile operazione chirurgica/stilistica di cogliere lo spaesamento causato dal sopraggiungere di una malattia che non dà scampo o quello di una fine di una relazione o della morte di un figlio o del ricovero della compagna in un ospedale psichiatrico dopo un aborto e di tutte le conseguenze che piovono dal soffitto di casa come una cascata e le cui conseguenze possono essere di vario grado: la delicata felicità che scaturisce dall'incontro fra due persone segnate da un dolore inenarrabile (il figlio morto per meningite), le riflessioni di un figlio che è stato spettatore del crimine commesso da suo padre per proteggere e salvare la famiglia, i dubbi di un marito prima di parlare con la moglie ricoverata in un ospedale psichiatrico. È il come e non il cosa che colpisce in questi racconti. Perché se penso alla mia esperienza personale, quello per esempio legato alla malattia di mia madre non ricordo tanto i singoli episodi strettamente legati al suo calvario (operazioni, ricoveri, chemioterapia) ma il contorno: il suono della sua voce, il come si pettinava i capelli stesa a letto con una flebo nel braccio, i ricordi che riaffioravano e non erano sempre combacianti coi miei, le sue raccomandazioni sul futuro, la sua ira ancora più devastante, la sua ansia, le mie difficoltà nel rimanere seduto accanto a lei senza godere di un totale isolamento vista la presenza di un'altra paziente terminale.

Durante un lutto, una malattia, una tragedia, un abbandono si verifica una svolta totalizzante dell'esistenza: le abitudini vengono stravolte o si fossilizzano definitivamente, emergono parole che non si sono mai pronunciate, si comincia ad analizzare tutto, ma proprio tutto del rapporto che ci lega a quella persona. Si verifica una frattura definitiva che può anche non essere immediata ma che comincia a scardinare le certezze, a mettere in dubbio ogni verità, certezza.

L'autore in questi racconti descrive esattamente il colore di queste sensazioni, il turbinio delle emozioni, la voglia di riscatto, il dolore che non si sa come trattenere o manifestare, i tentativi di riavvicinamento, il peso di nuove parole che ci si gonfiano in gola, il futuro inafferrabile che ci si prospetta dentro a una flebo o una piscina di un motel.

Ci sono dei racconti che mi hanno sconvolto e commosso e sono tutto il trittico che racconta di Lee Minnie ("Io lo vedo e tu no", "La vedova", "Comprami la pioggia"): lui, figlio che non sa che cosa fare della propria vita, e su Minnie, sua madre e vedova, malata di cancro e destinata alla morte. Tre racconti che descrivono in maniera lancinante il calvario di una donna destinata alla morte e tutto ciò che una malattia vomita nella vita di una persona: il senso di impotenza, la remissione, i ricordi che riaffiorano, il legame, difficile e controverso, che lega madre e figlio, le aspettative di una madre, i dubbi di un figlio che ha mollato tutto, perché non ha niente, per accudire la madre, la possibilità di un cambiamento quando la madre morirà.
Sono tre racconti che mi hanno messo i  brividi addosso.
Quasi insostenibile il dolore che mi ha preso alla gola.

E poi c'è quel racconto, "Due bugiardi", con un figlio che ha un padre che decide di bruciare la propria casa per impedire che la propria famiglia venga sommersa dai debiti e un altro racconto, "In alto mare", ancora che vede sempre protagonista un figlio che vede il padre sfogarsi, picchiare, in un disperato tentativo di difendere la  propria dignità e l'onore della famiglia che sta per affondare.

Quando ho terminato questa raccolta di racconti ho pianto copiosamente e ho bevuto un paio di birre, in fretta, quasi vergognandomi di me stesso.

Mi sono sentito raccontato e messo a nudo totalmente.

Non succede spesso.

Non aggiungo altro, ho già scritto troppo, e mi sembra di essere uno dei protagonisti di questo libro.

"Lee non riusciva a rispondere. Lo scatto dell'accendino, l'odore del fumo che si spandeva nell'aria. Lee sentì che sua madre lo stava guardando, ma chiuse gli occhi e rimase in silenzio. Mentre lei aspettava di sentire la sua voce familiare e rassicurante, lui si girò sull'altro fianco, e fece finta di dormire." (Comprami la pioggia, pag. 254)




Andrea Consonni, Lugano, 20 luglio 2018

lunedì 16 luglio 2018

Variazioni su "Barba intrisa di sangue" di Daniel Galera (SUR)


Da quando son nato mi hanno spesso scambiato per mio cugino che di anni ne ha quasi più di venti di me. Lui l'hanno scambiato sin dalla sua infanzia per il nostro nonno materno che nessuno dei due ha mai conosciuto. E io e lui siamo poi i sosia del nostro bisnonno. Paolino ogni tanto m'hanno chiamato anche a me, come mio nonno e mio cugino Paolo. Oppure Mungusel, che è un termine di origine oscura e che ricorda lontanamente un luogo di provenienza (un paesino vicino) ma che più prettamente va a definire, razionalizzare (sempre in una forma di divagazione continua fra parole e visi, mani e tombe) una condizione esistenziale, un modo d'essere, per non dire un'identificazione quasi genetica, somatica, etnica, razziale, psichiatrica, trovate la soluzione che volete, una parte della mia famiglia. Degli strani, dei folli, dei matti, dei depressi, degli spostati, dei dediti alla fuga, dei cultori dell'abbandono e del fallimento. Io e mio cugino abbiamo molto in comune anche se conduciamo vite completamente diverse, abbiamo ideali diversi e litighiamo quasi sempre quando ci vediamo, ma tutti e due siamo perennemente insoddisfatti, attorcigliati ai nostri fallimenti quotidiani, innamorati del sesso femminile, insofferenti agli ordini e alle dinamiche di squadra.
Ma è al mio bisnonno materno che mia madre e il resto dei miei parenti mi hanno detto che somiglio. 
Lui era ombroso, astioso, depresso, malinconico, propenso a scatti d'ira, furioso. In tanti gli stavano alla larga così come oggi stanno alla larga da me. Rischiavi la pelle se gli rompevi i coglioni. Eppure potevi chiedergli qualunque cosa  e lui te l'avrebbe data. Non aveva nessun interesse per i soldi così i miei nonni materni e mia madre. Una volta quasi uccise con un'accetta degli zingari che erano entrati nel cortile di casa per rubare vestiti stesi ad asciugare. Mio nonno disse che quei ladri stavano rubando a qualcuno che nemmeno sapeva come fare ad arrivare alla fine della giornata e che rubassero ai ricchi del paese o ai vicini contadini coi soldi nascosti nei campi e agli operai amici del sindacato. E si attirò le ire di tutti. In paese vivono ancora oggi degli anziani che  lo ricordano con un misto di ammirazione e paura perché viveva a modo suo e morì a modo suo.


-mio nonno materno, soldato della Prima Guerra Mondiale-

Perché questa premessa se sto parlando di un romanzo? Mi piace prendere tempo oggi, quando penso ai libri a me viene voglia di prendermi tanto tempo ed è anche per questo che mi piacciono i libri lunghissimi. Quelli brevi se concentrano in poche pagine la grandezza della letteratura ( racconti sono poi forse la forma della mia lingua). 
Non ho nessuno a cui rendere conto. 
Se vi va di leggere questo pezzo leggetelo altrimenti andate altrove. 

E comunque lo faccio perché il romanzo del brasiliano Daniel Galera “Barba intrisa di sangue” (SUR, traduzione di Patrizia Di Malta) ruota tutto intorno al legame di sangue, intimo, sentimentale, genetico, astrale, galattico che si fa ripetizione di carattere, azioni, scelte, istinti, visioni della vita, futuro, presente, passato, morte, rinascita che passa di generazione in generazione, da padre in figlio a nipote e quando ti guardi allo specchio vedi te e chi ti ha preceduto e sembra che tu stia ripercorrendo lo stesso cammino di chi ti ha preceduto e ti senti quasi svenire ed è anche per questo che rimasi senza parole quando vidi per la prima volta “Inseparabili” di David Cronenberg con il fratello gemello che si suicida per raggiungere nel destino il fratello morto. Sei te stesso, la tua proiezione, il tuo doppio che si moltiplica lungo tutto un  rame familiare ed è ancora più straziante quando sembra che le vite si stia differenziando e accade quell'evento che riporta tutto al suo naturale finale. A un destino che è stato scritto in una maniera non tanto semplice. 


Mia madre mi ha sempre poco rotto le scatole quando le manifestavo la mia voglia di stare lontano dalla gente o ero in una condizione di perenne distrazione perché evitare il contatto umano, isolarsi, andarsene era sempre stata una caratteristica della nostra famiglia. La riconosceva nelle mie parole, nella mia tendenza all'isolamento, nella mia insoddisfazione continua, nel mio modo di fumare. D'altro canto portava il nome del fratello a sedici anni. 

Ma Galera in questa relazione fra passato, carne, sangue, falsità innesta una variazione pregevole e ancora più affascinante e suggestiva: il protagonista, uomo di sport, grande nuotatore, insegnante di nuoto e allenatore, soffre di una rara malattia, la Prosopagnosia che gli impedisce di ricordare i volti delle persone, compreso il proprio, e per farlo necessita di un continuo processo di memorizzazioni di particolari laterali, una voglia, un modo di camminare, un profumo, una voce perchè tutto scompare dalla memoria tranne il fatto che tutti gli dicono che somiglia al nonno scomparso, forse ucciso in un villaggio per una colpa non ben definita. Si fa crescere la barba e qualcuno vede in lui somiglianze che lui non può cogliere nell'immediato. E cosa siamo senza un viso, un volto, un ricordo? Forse siamo più liberi o forse viviamo costantemente in uno stato di assenza. 

“Barba intrisa di sangue” è un romanzo dai contorni noir e metafisici con protagonista un ragazzo che accettata come ineluttabile la scelta del padre di suicidarsi e in compagnia della inseparabile cagnetta Beta, per una vita fedele scudiera del padre, abbandona tutto, la città, il lavoro, le sicurezze per trasferirsi a Garopaba, una cittadina di pescatori aggrappata allo splendido litorale meridionale brasiliano, dove un tempo si cacciavano anche le balene, e cercare di trovare se stesso e scoprire cosa sia accaduto realmente al nonno. Il protagonista riscopre se stesso in lunghe giornate trascorse in mare a nuotare, a camminare, correre, parlando con pescatori, intrecciando nuove amicizie, innamorandosi e intanto riconosciuto come il nipote di Gauderio cerca di rompere la cappa di silenzio che circonda la tragica fine del nonno, la ritrosia dei cittadini che non accettano i suoi tentativi di investigazione. Vuole conoscere la verità, una verità che sarà dirompente e distruttiva quando la troverà, perché sarà una verità che si farà carne su se stesso, che si è costruita giorno dopo giorno sul suo volto, sulle sue scelte.

“Barba intrisa di sangue” è un romanzo da vivere con lentezza, facendosi ammaliare da lunghissime descrizioni naturalistiche (e da inserti metanarrativi calibrati perfettamente) che creano un'atmosfera straordinaria e che non è solo sfondo della storia ma essenza stessa del romanzo, quasi una cappa oppiacea nella quale si scivola dolcemente e insieme nervosamente mentre si legge, affrontando discussioni buddhiste sull'annullamento di sè e riflessioni filosofiche sul destino ineluttabile che attende l'essere umano e affrontando insieme all'autore questo processo di svuotamento continuo, arrotolandosi in scoppi di violenza, di eccessi, scivolando nella storia del Brasile, nella corruzione, nel passato fatto di colonizzazione e schiavismo e di un oggi fatto di un turismo che annulla tutte le differenze.

L'ho letto sul balcone mentre una squadra di operai riparava a colpi di martello pneumatico due appartamenti del palazzo vicino. Ho sentito le urla degli operai solo quando ho chiuso il romanzo.
Un effetto ipnotico.
Calmante.
Che annulla tutto quello che ti circonda.
Come quando ti droghi.
Come quando leggo.
In completa solitudine.
Per ore e ore, senza dover rendere conto a nessuno del mio tempo, del perché faccio le cose, del cosa ci faccio tutto un giorno su un balcone a leggere.


sabato 14 luglio 2018

Qualcosina su "La guerra dei Murazzi" (Marsilio Editori)



"Una cosa che mi ricordo bene delle settimane successive è che facevo sempre lo stesso sogno, un sogno in cui io ero da qualche parte - il luogo cambiava - ma alla fine arrivavano delle persone, mi inseguivano e mi catturavano. Non sapevo mai se dopo che mi avevano catturato mi facevano del male o mi violentavano, non arrivavo mai a quel punto, mi svegliavo prima." (pag. 53)


Quando penso a Enrico Remmert io ritorno ai miei 18 anni e al pomeriggio che  lessi tutto d'un fiato il suo esordio "Rossenotti" (Marsilio Editori). Ero quando cercavo una voce italiana che raccontasse dei miei giorni, delle mie ansie, delle città che conoscevo. Lo lessi per puro caso e non ricordo nemmeno più chi me lo prestò perché è sempre stato uno di quei libri che avrei voluto acquistare e  poi non l'ho mai fatto per anni, forse anche per non uscire deluso da una rilettura o forse per non sentirmi ancora più vecchio di come già non mi sento tutti i giorni, ma poi l'ho acquistato, usato a una bancarella e l'ho letto in maniera più adulta e scoprendo passaggi che mi ero completamente dimenticato e ho continuato a leggere i libri di Enrico Remmert, anche quelli con Luca Ragagnin (molto bello "Elogio della sbronza consapevole"), senza mai riuscire a capire come non riesca a ottenere il giusto riconoscimento.

Che poi a cosa serva il riconoscimento non l'ho mai capito....ma lasciamo stare.

Leggere i suoi libri significa sempre tornare a belle storie scritte in maniera perfetta dallo stile dotato di una pulizia rara, apparentemente semplice ma provate voi a scrivere così, ed è anche per questo che non ho avuto dubbi ad acquistare "La guerra dei Murazzi" (Marsilio Editori), la sua ultima prova che contiene quattro novelle, due lunghe e due brevi.

Devo confessare che a me già la parola Murazzi mi fa venire i brividi perché sul Po ci sono stato a diciannove anni, arrivavo da un paesino di quattromila abitanti e mi ritrovai praticamente senza parole. Non so nemmeno come feci a tornare a casa e nemmeno ricordo con chi ci andai e perché ci andai. Forse una ragazza con i capelli lunghissimi e neri. Forse una bionda, non lo so. Per tre giorni rimasi con lo stomaco ribaltato e le mani che mi si muovevano da sole. Poi ci sono tornato qualche anno fa e ho trovato tutto chiuso, sbarrato, la desolazione. Dicono che stiano rinascendo i Murazzi ma è da una vita che non torno a Torino e non so nemmeno se riuscirei a stare in mezzo a così tante persone come quelle che incontrai quella sera.

Tutti e quattro i racconti sono scritti in prima persona e ruotano, con diverse variazioni e sfumature, intorno al tema dello spaesamento e dell'ossessione, di un qualcosa che finisce (un ideale, un amore, una vita, uno spezzone di vita), di fughe, di speranze tramortite, d'immigrazione e razzismo e di percezione dell'immigrazione, di amori ed evaporazioni, del non sapere che posto abbiamo nel mondo e cosa sia questo mondo che ci circonda e dove ci è stato imposto di vivere.

Nel primo che dà il titolo alla raccolta la voce narrante, fisicamente percepibile, è quella di una giovane cameriera dei Murazzi e fa vivere al lettore l'atmosfera magica di quegli anni, le risse fra clienti e spacciatori e immigrati e hooligans inglesi, le serate alcoliche, i buttafuori, le morti, le ferite, le chiacchierate e gli scazzi con una coinquilina che ti accusa di razzismo, l'amore per un albanese arrivato in Italia nel '91 con uno di quei barconi stracarichi di uomini e donne e bambini in cerca di libertà e cibo e che si è rifatto una vita e Remmert riesce a dar voce e carne all'incontro/scontro fra residenti e immigrati, così attuale in questi giorni, e alla fine di questo mondo, alla conclusione di una storia d'amore, solitudine e riscatto.
Il secondo racconto "Otto progetti per la costruzione di una nuvola" è invece ambientato nel lido di Venezia durante i Mondiali di Calcio del 2002 ed forse anche il racconto meno convincente dei quattro seppur rie a restituire la magia degli strani incontri, in questo caso fra un italiano e un parrucchiere artista giapponese che sembra prevedere il futuro.
Il terzo invece "Havana 3 a.m." è ambientato a Cuba nel 1994 con tre ragazzi italiani che sbarcano nell'isola caraibica per scoprire le possibilità di investimento nel settore turistico e si fa narrazione picaresca commovente, generazionale e appassionante delle contraddizioni del regime castrista, restituendo però tutta la magia, i colori della vita cubana e i brividi degli incontri fra ragazzi e dell'amore che può sbocciare imprevisto.
E poi l'ultimo, "Baal", un racconto toccante con un ragazzo in fuga che finisce a lavorare in un allevamento di pittbull (atmosfera simile a quella del romanzo "Hool") e che mi ha fatto respirare tutta la voglia di scomparire di questo giovane, di rifarsi una vita ma in un contesto di degrado, di violenza latente, di scontri clandestini, di serbi disposti a morire per dei cani e di un cane feroce e assassino che si chiama Baal, che vuole bene solo al suo padre e che è fra di noi.

"La guerra dei Murazzi" è una lettura che scorre via appassionante. Commuove e diverte. Colpisce al cuore con quella semplicità che hanno solo i bravi scrittori.

Da Remmert mi aspetto adesso un romanzo di quelli memorabili, ma davvero memorabili.



Andrea Consonni, 14 luglio 2018, W la Rivoluzione Francese

mercoledì 11 luglio 2018

Intervista a Manfredi/Novanta: Shoegaze Shoegaze Shoegaze


-lo shoegaze in persona-

Ciao Manfredi, come te sono innamorato follemente dello shoegaze e su questo genere musicale hai deciso di creare un blog monotematico: https://shoegazeblog.com 
Ti va di raccontarci come è nato il tuo amore per lo shoegaze e della decisione di aprire un blog shoegaze? Per me lo shoegaze è la stanza più intima del mio cuore. La scintilla è stata Just for a Day degli Slowdive e pensa che mi gira ancora la testa quando scorgo un immagine di Rachel Goswell. Il suono degli Slowdive e dei My Bloody Valentine mi aiutano a creare l'atmosfera giusta per scrivere.


Era un’idea che avevo da tempo, quella di aprire un blog shoegaze. Adoro questo genere musicale, penso che abbia ancora molto da dire e ritengo che sia molto meno monocorde di quanto si pensi. In questi ultimi anni c’è stato un risveglio dello shoegaze e del dream pop, possiamo parlare di comunità: per tanti anni i re sono stati in esilio e allora tante band hanno cercato di riempire un vuoto. In questo modo è nata praticamente dal nulla una scena che ha creato le condizioni favorevoli per il grande ritorno degli Slowdive e dei My Bloody Valentine, ma soprattutto ha fatto in modo che lo shoegaze abbia un futuro tra le nuove generazioni. Perché amo questa musica? Perché è il punk degli introversi.



Torniamo e indietro e facciamo un po' di scuola shoegaze: come e dove è nato lo shoegaze e quali sono le sue caratteristiche principali? Quali sono i principali gruppi storici dello shoegaze e a tuo parere gli album più significativi e magari anche quelli meno conosciuti? E in cosa si differenzia, musicalmente/per approccio, da altri generi come potrebbero essere l'alternative, il noise o la musica rock o anche il brit rock? 



Sulla nascita dello shoegaze molti hanno una propria idea e si rischia di essere parziali o poco precisi, perché in fondo questo è un genere dai contorni meno chiari di quanto ci si possa aspettare. Diciamo che negli anni Ottanta nascono i primi segnali, mentre nella prima metà degli anni Novanta c’è la definitiva codificazione attraverso i lavori di band che diventeranno i punti di riferimento per i gruppi successivi. La trinità è composta da My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, che con i loro dischi “Loveless”, “Souvlaki” e “Nowhere” hanno dettato le tre traiettorie principali del genere: il rumore, il sogno e quello che sta in mezzo. Altri album da segnalare? I primi che mi vengono in mente sono “Delaware” dei Drop Nineteens, “Afrodisiac” dei Veldt, “Jesu” degli Jesu, “Lesser matters” dei Radio Dept., “Distressor” degli Whirr, “Radiogaze” dei Blankenberge. Le differenze col noise e l’alternative in generale sono da trovare in una più profonda ricerca melodica: il rumorismo di una certa versione dello shoegaze non è altro che una estremizzazione sonora cucita addosso a canzoni molto orecchiabili. Qualche punto di contatto col brit rock esiste soprattutto nel filone capitanato dai Ride, che infatti negli anni si sono un po’ allontanati da certe formule tipicamente shoegaze.

Che importanza hanno i testi nella musica shoegaze? Qualcuno mi ha detto che li trova scadenti e superficiali. 

I testi della musica shoegaze scontano il pregiudizio di essere dei meri accessori alla musica, ma se facciamo attenzione alle parole molto spesso si trovano dei capolavori. Dalla glossolalia dei Cocteau Twins agli Slowdive, passando per i sottovalutati My Bloody Valentine, c’è parecchia roba buona. Uno dei miei testi preferiti è brevissimo, praticamente una frase sola: “I killed all the rainbows and the species”, in “This bright flash” di M83.

Delle reunion di gruppi storici come i The Jesus and Mary Chain, i Ride, gli Slowdive cosa ne pensi? Come giudichi musicalmente i loro ritorni? 


Ne penso benissimo, perché questi gruppi meritavano una seconda opportunità dopo essere stati snobbati o addirittura dileggiati (Slowdive) nei primi anni. E meritavamo anche noi - che eravamo troppo giovani all’epoca - di poterli vivere in diretta e non soltanto attraverso le testimonianze provenienti dai bei tempi andati.

Come sono i live shoegaze?

È difficile rispondere perché dipende ovviamente dal gruppo. Sono live normali, con zero distanza e molta empatia. Gli Slowdive dal vivo generalmente sono fenomenali: li ho visti live tre volte, due delle quali mi hanno lasciato senza fiato per la perfezione del suono che veniva fuori. Solo una volta mi sono sembrati un po’ sottotono con le chitarre, ma d’altronde può succedere.

Lo shoegaze ha lasciato una bella impronta sulla scena musicale italiana. Me ne sono accorto anche leggendo il tuo blog. Tanti gruppi dalle varie sfumature. Ti va di raccontarci la scena italiana shoegaze? Come si è formata, quale è stata  la sua evoluzione e la condizione attuale. E, ritornando a cos'è lo shoegaze: c'è una sorta di meticciato musicale con la tradizione musicale locale? L'impressione è che i gruppi italiani abbiano destato maggiore interesse all'estero piuttosto che nella  nostra penisola. È un'impressione sbagliata o c'è qualcosa di vero?



È vero, lo shoegaze italiano ha una notevole considerazione più all’estero che in Italia, basti pensare a gruppi come Be Forest o Rev Rev Rev che sono dei punti di riferimento a livello internazionale. E proprio all’estero si parla di italogaze, dando una specificità a un genere che era difficile pensare che potesse attecchire in Italia. Lo scorso maggio è uscita una compilation alla quale hanno collaborato sia il mio blog sia il sito Shoegazin’ Your Waves: s’intitola “Chiaroscuro. Italogaze 2018” e raccoglie alcuni dei migliori progetti shoegaze e dream pop italiani. Si scarica gratuitamente sul Bandcamp di Seashell Records e su quello di Vipchoyo Sound Factory: penso che questa raccolta dia una panoramica piuttosto esauriente dello shoegaze italiano, che non segue pedissequamente le regole ma si contamina con altri generi e altre storie. Il meticciato dunque c’è, ma non la tradizione italiana, ammesso che esista una tradizione italiana. 


Quali sono per te i migliori album di shoegaze italiano e le speranze per il futuro? 



Come Novanta, hai realizzato dei dischi bellissimi: quanto devono musicalmente i tuoi album allo shoegaze? E in questo momento cosa sta ascoltanto Manfredi e cosa bolle musicalmente nella tua pentola?



I miei album devono tutto allo shoegaze, al post rock, all’elettronica e in generale alla musica degli anni Novanta. Ho sempre amato le canzoni malinconiche in qualunque forma esse siano e lo shoegaze è malinconia ai massimi livelli! Negli ultimi tempi ho ascoltato molto “Singularity” di Jon Hopkins, “Grid of points” di Grouper, “Negative work” degli E, “Rob a bank” dei Comaneci. Musicalmente bolle qualcosa, sto lavorando a brani nuovi già da parecchio tempo, ma cambio sempre gli arrangiamenti e non sono ancora soddisfatto del risultato. 


Con il tuo blog, la tua musica e le tue recensioni conoscerai la temperatura della scena indie italiana?L'impressione, da esterno, è che dopo un periodo di breve euforia la musica “indie” stia tornando a inabissarsi e che bisogna ringraziare internet per poter conoscere e ascoltare musica che piace a persone come noi. Sembra che stia trionfando una sorta di “indiepopraprockmelenso” sempre più radiofonico, di facile ascolto e fruizione.

C’è una tendenza a una maggiore semplificazione dei suoni e, nel contempo, si va verso una più ampia diffusione di queste canzoni a livello mainstream. In generale, la sensazione che ho è che alcuni cerchino di “esserci”, costi quel che costi, però ci sono robe molto interessanti. Forse ci si sta chiudendo un po’ troppo all’interno di un immaginario (sottolineo immaginario, non mi riferisco alla lingua) esclusivamente italiano, bisognerebbe pensare anche più in grande. In generale, non penso che la situazione della musica di nicchia sia tanto diversa rispetto a quindici anni fa: era difficile emergere allora, è difficile oggi. Non è cambiato nulla. 

A Milano la scena musicale e i locali come sono messi? 



A Milano la scena musicale vive un momento strano: sembra che i gruppi rock stiano sparendo per far spazio a rap e trap. Ovviamente non è così. Sono tornati gli Albedo con un ep e questa è una buona notizia. Ci sono i già citati Obree, gli In Her Eye (ottimo gruppo shoegaze), i Mystic Morning (anche loro dalle parti dell’indie pop e dello shoegaze), Paolo Saporiti. Ci sono i Majno, giovane band emocore sullo stile dei Fine Before You Came. Insomma, la proposta è sempre molto vasta e interessante. Chi è interessato ad ascoltare buona musica può contare sull’Ohibò, sul Ligera, sul Magnolia, sul Gattò, insomma su tanti locali che continuano a proporre concerti interessanti. Ci sono state molte chiusure, come la storica Salumeria della Musica, ma in generale l’offerta continua a essere ottima. 

Chiudo questa intervista con tre domande: sei di stanza a Milano e con l'aria che tira di questi tempi sembra che la metropoli lombarda, con tutte le sue contraddizioni e ombre, sia diventata una specie di argine a questa ondata, diciamolo pure razzista e ignorante che imperversa in tutto il Paese, cosa ne pensi?

Milano è una città accogliente, bella, vivace, tranquilla. Sconta un po’ lo stereotipo di essere un luogo modaiolo e futile, feste in lista, privé, macchinoni e imbruttiti. Ma Milano è molto di più: è un posto che sa sorprenderti ogni giorno, pieno di cultura, di vita, di relax, di gente serena. E soprattutto è un posto che in qualche modo sta dettando una linea diversa dalla narrazione in voga in questo momento. Anche Palermo sta avendo un ruolo simile. Credo che siano due città da prendere a esempio, al netto ovviamente di criticità che peraltro appartengono a ogni grande centro abitato. 

Cosa stai leggendo? E ci sono libri, film o documentari sullo shoegaze che vorresti consigliare o shoegaze nell'anima?



Ho finito di leggere l’integrale del Commissario Spada, un fumetto anni Settanta. E ho appena cominciato un libro di Noah Hawley, “Prima di cadere”. Come documentari shoegaze consiglio “Beautiful noise”. La terza stagione di Twin Peaks ha una bellissima colonna sonora con diverse gemme dream pop. Film “shoegaze”? Direi uno scontato “Lost in translation”.



In quale dei gruppi shoegaze sogni di suonare un giorno o collaborare?

Sarebbe bello ritrovarmi sul palco con gli Slowdive suonando per un’ora la coda strumentale di “Catch the breeze”. Sognare non costa nulla.



........

lunedì 2 luglio 2018

Qualcosina su "La campana non suona per te" di Charles Bukowski (Guanda)


Certe volte mi viene da pensare che se a novant'anni sarò ancora in vita, probabilmente parkinsoniano, relegato in qualche ospizio decadente con catetere e pannolone (ma la speranza è che la morte sopraggiunga prima magari anche con una bella punturina o una pastiglia di cianuro) e avessi un attimo di lucidità mi potrebbe capitare di trovare sul comodino l'ennesimo taccuino, romanzo, bozza, raccolta di poesie di Charles Bukowski perché non c'è anno che non arrivi qualcosa di nuovo scritto dallo straordinario scrittore statunitense, un manoscritto dimenticato in fondo a qualche cassetto, un racconto "assolutamente" imperdibile. Non c'è mai fine o chissà forse, certe volte lo spero, si è quasi giunti alla fine di questo raschiare, rimescolare, riaggiustare, ritradurre, spezzettare, riassemblare. Eppure in quell'unico brillio di coscienza ancora a disposizione vorrei  comunque poter assaggiare nuovamente le parole di questo vecchio sporcaccione che non smette mai di divertirmi, commuovermi, eccitarmi, strapazzarmi, abbracciarmi. Bukowski è un po' come un amico che mi ha aiutato a superare momenti bui, che mi ha fatto sognare donne che mai incontrerò e mi ha permesso di sorridere in momenti neri. Ne ricordo in particolare uno. Estate di vacanze lavorative. Io da solo a casa nel mio paesino deserto. Agosto. Nessuna voglia di uscire, se non per comprare le sigarette, il giornale e il vino. Non avevo nemmeno voglia di leggere, scrivere. Aprivo una bottiglia di vino e ascoltavo i Beatles senza un attimo di pausa. Poi una mattina mia sorella mi chiamò al telefono e mi ricordò di sistemare la stanza prima del loro ritorno. Mentre pulivo le librerie mi cadde fra le mani Storie di ordinaria follia


L'avevo già letto due volte ma sentii che era giunto il momento di rileggerlo  e pagina dopo pagina riacquistai anche solo la voglia di prepararmi una pasta, di uscire in bicicletta, di farmi la barba. Soltanto che quattro giorni dopo sarei tornato al lavoro.

Tornando al libro in questione: “La campana suona per te” (Guanda, traduzione di Simona Viciani) raccoglie i racconti usciti fra il 1948 e il 1985 su varie riviste come Kauri, Congress, Open City, Fling, NOLA Express, L.A Free Press, Hustler, Oui e dentro, fra altri e bassi, ci sono tutti i temi classici di Buk: scopate, bevute, droga, vomito, puttane, papponi, corse di cavalli, tradimenti, pazzi assoluti, sesso, galere, marciapiedi, ubriaconi, divani, Brahms, botte, litigi, urla, Sostakovic, pornografia, doposbronza, scoregge, guerra, tirate pacifiste, satira antiamericana, anticomunismo e soprattutto donne, una più bella dell'altra. 

Ci sono due racconti che ho apprezzato particolarmente: uno è ambientato in un lercissimo negozio a luci rosse frequentato da ogni genere di guardone, pervertito possibile e l'altro descrive il colloquio di lavoro fra un gestore di locale/pappone e un'aspirante prostituta/ballerina. 
Memorabili davvero. 



Questo è un libro che consiglio a tutti gli amanti di Bukowski, anche solo leggendo un raccontino al giorno, e lo consiglio anche a coloro che non hanno mai letto Charles perché potrebbe essere un aperitivo per poi scoprire e affrontare le sue opere migliori oppure anche un modo per evitarlo definitivamente perché questo libro è una sorta di grande riassunto del Charles scrittore e anche uomo (distinguere scrittore e uomo in questo caso è opera ardua), con tutti i motivi che possono portare ad amarlo alla follia oppure a odiarlo, quasi nemmeno considerandolo un vero scrittore.

Da qui in poi ci sono tutta una serie di passaggi che ho estrapolato da questi racconti. 

Son tanti ma intanto che li trascrivevo stavo ascoltando Wagner:

Ognuno ha modi differenti, ognuno ha idee differenti, e sono tutti così sicuri. E anche lei è sicura, quella donna legnosa con occhi folli e capelli grigi, quella donna che sbatte contro le sue stesse pareti, folle di vita e di paura, che non crederà mai fino in fondo che non odiavo lei e tutti i suoi amici che si riunivano due o tre volte a settimana e si complimentavano l'un l'altro per le proprie poesie, esseri solitari che si imbrogliavano a vicenda, e ne portavano i segni ed erano molto entusiasti e sicuri, e loro non crederanno mai che la solitudine e la riservatezza che ho sempre preteso, fossero solo per salvare me stesso, così potevo intuire chi fossero loro e chi fossero in teoria i miei nemici. Eppure era bello essere soli. Entrai in casa e lentamente cominciai a lavare i piatti.” (pag. 12)

Ho incontrato troppi scrittori, artisti, editori, professori, pittori, nessuno spontaneo e sincero o interessante. Erano meglio sulla pagina o sulla tela, e anche se non si può engare che sia una cosa importante, è sempre una scocciatura sedersi di fronte a queste creature e ascoltarle parlare o guardarle in faccia.” (pag. 15)

Mi sentivo bene. Sapevo che a quel punto avevano finito e che io ero libero. Ho pensato alla Quinta Sinfonia di Sostakovic. E mentre camminavo, sentivo che per la prima volta dopo anni il mio cuore era libero. La ghiaia che mi scricchiolava sotto i piedi forniva la miglior danza di tutte. Ancor meglio di tutti i baci e di tutti i balli che Nina avrebbe mai potuto offrirmi." (pag. 55)

Mi sono svegliato in una strana stanza in uno strano letto con una donna strana in una strana città. Ero contro la sua schiena e il mio pene era dentro la sua figa posizione tipo cane. Faceva caldo e il mio pene era duro. L'ho mosso un po' e lei gemeva. Sembrava addormentata. Aveva lunghi capelli scuri, piuttosto lunghi, infatti alcuni li avevo in bocca – li ho scostati per respirare meglio, poi le ho dato un altro colpo. Avevo il doposbronza. Ho tirato fuori l'uccello e mi sono girato sulla schiena e ho cercato di ricostruire la situazione." (pag. 62)

Il bordello, ha detto, è stato il grande salvatore della mascolinità.” “Amen, ho detto, ma una donna dove può andare? Anche se per loro è più facile, non è sempre così facile. Dovrebbero esserci dei bordelli anche per le donne. Maschi leccaclitoridei con uccelli enormi e corpi muscolosi. Ma credo sia tutta una questione di domanda e offerta. Se le donne hanno un bisogno matto dei bordelli, i bordelli nasceranno.” (pag. 97)

Mi sono alzato e ho dato le spalle al letto, cominciando ad allontanarmi. La bottiglia di whiskey mi è volata sopra la spalla destra. È in quel momento che ho capito perché le devi lasciare di punto in bianco invece che con sensibilità: è un comportamento più delicato. Ho aperto le vetrate scorrevoli e ho attraversato il giardino. Lì fuori c'erano i suoi due gatti. Mi conoscevano. Mi si sono strusciati contro le gambe seguendomi mentre ne andavo.” (pag. 109)

Pronto? disse la madre di Blanche.
“Senti” disse la voce, “ti lecco tutta la figa con la lingua. Faccio a pezzetti quella tua figa maledetta. Ti farò impazzire, ti succhio la figa fino a staccartela, ti...”
La madre di Blanche teneva il telefono con due mani, ma il ricevitore era caduto e penzolava girando per aria dal filo del telefono. Quando la madre di Blanche terminò il primo urlo, attaccò subito con il secondo. E attraverso il ricevitore del telefono, che penzolava vicino al pavimento, si sentiva la voce di quell'uomo:
“Ah, ti ho eccitata tutta eh, vero piccola? Ti ho eccitata, eh? Ah, ah, ah...” (pag. 125)

Una sera era in casa sveglio. Non aveva una donna da tre o quattro anni. Si dedicava alla masturbazione, al bere e viveva in un tetro seppur piacevole isolamento. Aveva spesso pensato di fare lo scrittore e aveva comperato una macchina da scrivere di seconda mano, ma non era uscito niente da quei tasti. Beveva vino e fissava la macchina da scrivere. Si alzò, si avvicinò alla macchina e cominciò a scrivere: Quanto vorrei avere una donna. Quanto vorrei che una donna bussasse alla mia porta.” (pag. 156)

Barry disse che dovevano andare, ma io insistetti per bere un altro giro di birra. Ireen tirò ancora più su il vestito. Stavamo tutti fissando le gambe di Irene. “Venite da noi a trovarci” disse Irene. Poi si alzarano e se ne andarono. Dissi a Lila che avrei fatto il bagno. Entrai e chiusi a chiave la porta. Non usavo il sapone da anni. Voglio dire, in quel modo. Lady Godiva alla rosa. Questa volta raggiunsi l'orgasmo." (pp. 172-173)

Lucille non era di indole cattiva, voglio dire paragonata alla maggior parte di quelle che avevano vissuto con me. Come le altre beveva, mentiva, cornificava, rubava ed esagerava, ma più passano gli anni più un uomo smette di cercare materiale d'alta sartoria e si accontenta di uno straccetto. Per poi affibbiarlo, mentre si gratta un orecchio con noncuranza, al disgraziato che viene dopo di lui. Ma di solito quando le cose cominciano a ingranare un uomo saggio è portato ad accettarlo, perchè se non lo fa tanto vale rinchiudersi in uno sgabuzzino e buttar via la chiave. Cazzo, ne devi mangiare di merda prima di scoprire dove il sole va a morire.” (pag. 179)

Il telegiornale terminò e andarono in camera da letto. Lei andò in bagno per prima e Harry si infilò a letto e controllò il programma delle corse del giorno. Aveva proprio fatto un colpaccio quel pomeriggio. Forse al prossimo giro l'avrebbero messo in croce. Perché non si riusciva a trovare un sistema? Ma ciò che succedeva era che tutto continuava a cambiare. Ti mostravano un certo schema di una corsa e poi nella corsa successiva capitava il contrario. Se uno era abbastanza sveglio riusciva a capire il flusso delle maree... Tutti avevano bisogno di una specie di veleno per purificarsi. Le corse erano il veleno che lo purificano. Alcuni avevano l'arte o i cruciverba o il furto di posacenere nei bar e nei ristoranti." (pag. 187)

Okay, cos'è l'amore vero?”
“Due gatti che scopano in cortile alle due del mattino.” (pag. 191)

Come ti dicevo prima, adesso sto cercando lavoro, ma del resto lo sta cercando anche un sacco di altra gente.” (pag. 199)

Mi svegliai alle 8.30 del mattino. Meg aveva la radio accesa e ascoltava Brahms. Il volume era molto alto. Meg non solo aveva la dentiera ma aveva anche la figa secca. Non si riusciva proprio a fargliela bagnare. Era come infilare l'uccello in un rotolo di carta vetrata: te lo intrappolava e te lo scorticava e ti bruciava fino a staccarti la pelle.” (pag. 207)

L'ho spinto indietro sul letto e le sono montato sopra. L'ho baciata quasi con disprezzo e le ho infilato dentro l'uccello. L'ho ingroppata con violenza, stantuffavo e stantuffavo; sono venuto quasi subito; gemevo e sborravo; gliel'ho spruzzato dentro, sentivo la sborra eruttare, sentivo che si svuotava calda dentro di lei. Sono rotolato via. Quando mi sono svegliato la mattina, Mercedes se ne era andata. Non c'erano messaggi; se ne era andata e basta. Mi sono alzato e ho fatto la doccia ho preso un alka seltzer, due alka seltzer. Ho pisciato. Mi sono lavato i denti. Poi sono tornato a letto e ho dormito fino a mezzogiorno.
Sono passati quattro mesi adesso e lei non ha più chiamato. Non chiamerà più. Non rivedrò più Mercedes e a nessuno dei due mancherà l'altro. Che significato ha questa storiella, proprio non lo so. Adesso ce n'è una nuova di Berkeley. Ha denti da coniglio e voce da bambina. Scopa standomi seduta in braccio con la faccia rivolta verso di me. Ha ventidue anni e non ha seno. Non so cosa voglia da me. Si chiama Diane. Si alza presto alla mattina e attacca subito con il whiskey. A volte passo davanti all'edificio dove lavora Mercedes. Più vicino di così non potrò mai più esserle. Succede lo stesso a tanta gente qui in America. Facciamo cose senza sapere il perché e dopo non ci interessa più il motivo per cui le abbiamo fatte. Ma vorrei che Diane avesse più tette; più seno, volevo dire.” (pp. 239-240)



sabato 23 giugno 2018

"Country Dark" di Chris Offutt (Minimum Fax)


I primi dieci minuti di Rambo (Ted Kotcheff, 1982) sono per me una delle sequenze più coinvolgenti e commoventi della storia del cinema. Scoppiai a piangere la prima volta che vidi sullo schermo di casa questo reduce del Vietnam coi capelli lunghi, il volto perso e cupo, che riceve da una madre la notizia che uno dei suoi amici/commilitoni è morto di tumore e le consegna la foto con suo figlio. Devastato, solo, senza uno scopo, una casa risale la collina e si mette a camminare lungo una strada buia, in mezzo alle montagne, in sottofondo, ma dentro allo stomaco e nelle lacrime, la musica di Jerry Goldsmith e poi arriva un cazzo di sceriffo che dopo avergli dato un passaggio gli fa capire che da quelle parti la gente come lui non la vogliono e che è meglio che se ne vada fuori dai coglioni. C'è una tavola calda a trenta miglia, gli consiglia. E tu vedi negli occhi di Rambo che qualcosa si è rotto definitivamente, capisci che lui è pienamente consapevole non ci sarà mai più posto per lui nel mondo ma oggi, lui in quella cazzo di città vuole mangiare qualcosa e riposarsi. 

Ecco, quando mi sono messo a leggere il romanzo di Chris Offutt “Country Dark” (Minimum Fax, traduzione di Roberto Serrai) ho pensato istintivamente a Rambo, perché il protagonista è un giovanissimo reduce della guerra di Corea che si chiama Tucker e che aveva mentito sull'età pur di andare a combattere, di dare una svolta alla propria vita, lasciare una famiglia del cazzo o anche perché arruolarsi, in quel momento, era la cosa più naturale al mondo. Tucker sta tornando a casa a piedi direzione Kentucky riassaporando la bellezza dei boschi, della propria terra, dei fiumi, degli alberi, dei serpenti e anche Tucker riceve un passaggio da parte di un uomo che pensa che sia facile approfittarsi di lui senza sapere che quel ragazzino silenzioso è un uomo che sa come mantenere la calma nei momenti peggiori e non si fa problemi a uccidere. Uccidere un uomo o un serpente sono la stessa cosa per Tucker. Sempre sulla strada incontrerà la donna della sua vita, una ragazzina come lui, Rhonda, che salverà da un tentativo di stupro e con la quale tornerà sulle proprie colline, costruendo una famiglia e combattendo contro le avversità e adattandosi, modificandosi come i paesaggi, ai ritmi e alle tragedie che la vita propone. 

Probabilmente in molti commentando “Country Dark” scriveranno, giustamente, di come Tucker sia un esponente di quel popolo bianco che ha votato Trump, della povertà di queste colline dimenticate (che ho conosciuto grazie alla letteratura, alla serie Justified, al documentario Harlan County) che sembrano un'America lontana anni luce da noi e da New York, ancora di più in questi giorni confusi di derive reazionarie, ma personalmente io sono rimasto più sbalordito dalla capacità tutta letteraria e stilistica espressa da questo scrittore, che avevo già ammirato nei racconti d'esordio di "Nelle terre di nessuno"  di tenere insieme, senza cedimenti, una storia bellissima dal sapore biblico, quasi alla McCarthy se si ascolta Tucker che dialoga coi figli  memorabili sono i racconti-confessione-educazione-lezione che il padre contrabbandiere instaura col figlio nato idrocefalo, Big Billy, o con la figlia Jo, l'unica, fra tutti i figli, nata senza disabilità prima dell'arrivo quasi miracoloso di un bambino sano e depositaria di alcuni segreti del padre (le pagine dedicate ai figli e figlie disabili sono fra le migliori e piu' commoventi del romanzo), quasi melvilliano nell'ossessione che Tucker e la moglie Rhonda hanno di proteggere la propria famiglia, di sacrificarsi per loro, e Tucker uccide ed è disposto a farlo ogni qualvolta qualcuno decide o si propone di smembrare la sua famiglia (che sia un emissario del Governo che vuole confiscare, proprio come beni materiali, i figli disabili o il boss contrabbandiere per cui Tucker lavora da anni che non gli versa i diecimila dollari promessi e necessari per la sopravvivenza della famiglia) come d'altronde ben espresso dalle parole di Daniel BooneTornai a casa dalla mia famiglia, deciso a portarla al più presto a vivere nel Kentucky, che per me era un secondo paradiso; a qualsiasi prezzo, anche a costo della vita”, con passaggi che sono affreschi noir ferocissimi (splendida l'uccisione dell'emissario del Governo e tutto il siparietto e la conclusione del rapporto fra Tucker e il nipote del boss del contrabbando) o altri invece naturalistici coi boschi e i fiumi che sembrano riempire di profumi e suoni le pagine o il realismo, mai da cartolina, con cui ritrae questi uomini e donne, le loro famiglie, le loro case, queste lande abbandonate e immobili come all'epoca della Frontiera. E poi si viene turbati da quella speranza, tutta fatta di ferocia, sangue e abbracci e sguardi e fiducia, che è difficile trovare in questo genere di libro e che qualche lettore troverà forse disturbante ma Tucker e la sua gente hanno sempre vissuto in questo modo. 
Non è questione di bene o di male ma di  cosa è giusto fare o non fare in determinate circostanze, combattendo, giorno dopo giorno. Tucker è disposto persino a finire in prigione (gli avevano parlato di sei mesi e invece sconterà un sacco di anni, rischiando la vita piu' volte) proprio perché la famiglia viene prima di tutto ma sempre infondendo ai suoi figli e a sua moglie la bellezza di una vita semplice ma dignitosa (i figli disabili erano amati e curati, coccolati e sfamati). Tucker, e anche sua moglie, non si limitano solo a una semplice vita ritirata nei boschi e all'insegna della tradizione, perché regalano continuamente ai p propri figli i semi di una vita diversa, di un possibile futuro di rinnovamento, custodendoli con la bontà, gli insegnamenti, i valori, i baci, le parole e anche coi coltelli e la pistola.

"Country Dark" è un romanzo che affascina e convince, che commuove e dilania.
Scritto con una prosa minimale ed efficace, con dialoghi brillanti e mai fuori luogo ed esplosioni di violenza che non sono mai gratuite ma perfettamente giustificate e con la voce di Offutt, mai enfatica e patetica, che risuona placida come un fiume che scorre e continuerà a scorrere fra le colline, si ingrosserà e andrà in secca, lascerà sugli argini arbusti e cadaveri e che risuonerà come una casa in mezzo ai boschi dalle mille voci, lutti, problemi ma soprattutto tanto tanto amore.

mercoledì 20 giugno 2018

Intervista a Simone Buttazzi

Ieri avevo scritto che da oggi il blog sarebbe cambiato.

Sento il bisogno di una trasformazione e ancora di più in questa mia fase della vita con moltissime nubi all'orizzonte. 
Lo devo a me stesso, alle pochissime persone che amo veramente, a mia madre, al mio libro, alle mie mie giornate. Ci sono alcuni pesi di cui voglio liberarmi e il blog, nel vecchio formato, era uno di questi. Si era trasformato in una dipendenza e aveva perso la sua funzione di terapia che è in realtà il motivo per cui questo blog è andato avanti per tutti questi anni.
La morte di mia madre è stato un evento che mi ha segnato profondamente, ha fatto riesplodere, in un momento già molto difficile, la depressione e gli incubi che mi porto dietro sin da bambino e ha stimolato la mia parte più aggressiva, violenta, autolesionista, catastrofista, complottista. Ho fatto robe schifose, scritto robe orribili, ne ho pensate anche di peggio. Ho cercato nemici ovunque, creandomeli dentro di me anche quando non ce n'erano, il tutto per difendermi, proteggermi, sentirmi al sicuro, migliore degli altri, farmi del male in misura ancora maggiore di quello che già provo quotidianamente. Ho frequentato persone che era meglio non frequentare. Non rinnego nulla ma devo tornare a frequentare i boschi e quella solitudine creativa che mi fanno stare bene fin da bambino.
Ho dimenticato per tanto troppo tempo che mi dovrei accettare un po' di più coi miei difetti e la mia instabilità mentale e ricordarmi che quando stavo per morire è stata una ragazza di colore a tenermi stretta la mano, che chi mi ha recuperato da un tentato suicidio a 20 anni è stato un educatore omosessuale, che ho una compagna che si è fidata di me senza chiedermi nulla in cambio, che avevo un nonno che mi ha consigliato che quando sarei stato male forse era meglio chiedere aiuto e andare al lago con Moby Dick nello zaino a nuotare e farsi cullare dalle onde.

Mia madre nei giorni prima di morire mi disse "Andre, lo so che sarà dura per te senza di me, ma ti ricordi quando passeggiavamo in riva al mare e mi raccontavi tutte le tue storie strane e mi regalavi conchiglie e mi chiedevi cosa c'è dall'altra parte del mare? Ecco, promettimi che non annegherai. Per piacere. Non ti chiedo altro."



Allora oggi decido di aprire la nuova stagione di questo blog da una persona che è molto importante per me: Simone Buttazzi. A Simone, che è un letterato, traduttore, scrittore, critico, editor, scout editoriale, attivista LGBT, cuoco vegano, bellissimo orso prussobolognese e europeo, ho rivolto parecchie domande e spero che questa nostra conversazione sia di vostro gradimento.



Ciao Simone inizio questa intervista dal tuo lavoro di traduttore e mi piacerebbe sapere com’è nato il tuo amore per la traduzione, qual è stata la tua prima opera tradotta, quella che ti ha fatto sudare maggiormente e quella che ti ha dato maggiori soddisfazioni.


Più che amore ossessione. In primo luogo per la mia lingua madre, poi per l’idea di azzardare giochi combinatori con altri codici. La mia prima traduzione degna di questo nome è stata la raccolta di racconti La più pallida idea di Karen Duve (Comma 22, Bologna 2009), quella più ostica Jünger (La battaglia come esperienza interiore, Piano B, Prato 2014) e quella che amo di più Doglands di Tim Willocks (Sonda, Casale Monferrato 2012).

Come ti avvicini a un testo? Se te lo propongono, se sei tu a proporlo, se poni dei veti. E che differenza c'è nel tradurre un’opera in tedesco da una in inglese?

Di proposte ne faccio abbastanza spesso ma è raro che si tramutino in un contratto (è capitato ad esempio con Duve e Clemens Setz anni fa). Quando mi arrivano scatta la negoziazione, fondata su clausole e cifre più che sui contenuti del testo. Potrei fare una lista fichissima di temi che non accetterei mai di trattare, ma la realtà è che i traduttori puri hanno un disperato bisogno di soldi. La differenza tra lingue diverse da tradurre coincide con le formule che vanno adattate conoscendo l’effetto che fanno nella lingua di origine. Due classiconi: verdammte Scheiße non è «maledetta merda» ma porca puttana, loser non è «perdente» ma sfigato.

Che rapporto hai con gli autori dei testi e con le case editrici?

Un rapporto di lavoro.


Fai anche parte di Strade, Sezione Traduttori Editoriali in Slc-Cgil che lotta per tutelare i diritti troppo spesso dimenticati dei traduttori. Ti va di raccontarci cos’è Strade, per cosa si batte e come si vive oggi da traduttore?

Con l’algoritmo di Google Translate che fa passi da gigante, oggi una traduttrice o un traduttore non se la passano benissimo, e questo vale per tutti i mestieri che non prevedono la visita al cliente con una chiave inglese in mano. Strade mette in campo strumenti sindacali e associativi per mettere in rete i traduttori editoriali, fornire loro una dose da cavallo di empowerment (ecco un bel termine intraducibile) e invertire la tendenza che sta trascinando un mestiere, quello di tradurre libri, nella fossa degli hobby. Questo perché è un settore in cui s’investe poco, e dove non c’è il vile denaro non c’è professionalità.

Rimanendo nel campo editoriale: ci sono autori o opere tedesche o comunque dell'Europa settentrionale interessanti e di qualità che ti piacerebbe tradurre o proporre al lettore italiano?

Da anni propongo sia Oskar Roehler, scrittore causticissimo e regista niente male (in quota Houellebecq-Lynch-Easton Ellis-Harlan), sia Thomas Melle, del quale Fandango ha già pubblicato il romanzo di debutto Sickster (trad. Fabio Lucaferri). Die Welt im Rücken (2016), memoir anfibio sulla bipolarità, è un libro che m’ha fatto piangere come una vite tagliata.

Sei anche un critico cinematografico (anche letterario, non dimentichiamolo), Orso Scintillante fra gli Orsi della Berlinale, e volevo chiederti a questo proposito: riesci ancora a vedere un film senza per questo pensare a una possibile recensione? Non è che persone come noi a furia di leggere, guardare e scrivere corrono il rischio di scivolare in una specie di comfort zone della percezione?

Critico è un termine un po’ forte, visto che non percepisco un onorario ma al massimo un accredito, uno screener, un pdf e quando va bene un libro cartaceo. È sicuramente una passione che mi porto dentro dal 2004, quando iniziai a contribuire a lankelot punto com, e che ora è circoscritta alla Berlinale per i film e a qualche testo iperboreo come quelli di Sjöberg. L’antidoto alla zona di conforto è il confronto costante con altre opinioni e un approccio accademico – nel senso buono del termine – che tenga in considerazione quanto scritto in precedenza e altrove sul medesimo tema.

E quali sono i film più belli che hai visto nell’ultimo anno e che ti piacerebbe consigliare?



Tre titoli secchi: In den Gängen (2018) di Thomas Stuber, I Am Not Your Negro (2017) di Raoul Peck e Ostatnia Rodzina (2016) di Jan P. Matuszyński. Il cinema polacco contemporaneo è stratosferico.

Twin Peaks per Simone Buttazzi cosa significa? E come invoglieresti chi non conosce David Lynch a guardare un suo film?



Questa domanda è come l’ultima inquadratura di The Straight Story (1999), che parte da un volto su sfondo catapecchia e si proietta nel cosmo. Twin Peaks è molto semplicemente la mia favola preferita, che riascolterei mille volte per addormentarmi e continuare a sognarla. A un anno di distanza sono ancora incredulo che la terza stagione sia accaduta sul serio. Quanto all’invogliare, credo che ciascuno debba arrivare alle cose in base a percorsi privati e motivazioni spontanee, ma se su youtube si trova l’incipit di Blue Velvet, be’, buona visione.

Un altro tuo grande amore è David Bowie. Cosa resta oggi di lui? Che rapporto hai con la moderna fruizione musicale? 



Resta tutto, su spotify, in loop. Resta l’idea, ormai rarissima (vedi Lynch), di una creatività che non si lascia influenzare da ricerche di mercato. E il diritto a scomparire. Sfido chiunque a sfornare We Are the Dead o, dopo cinquant’anni di carriera, i dieci minuti di Blackstar.


Hai scritto insieme a Gabriella Di Cagno Tutti a Berlino. Guida pratica per italiani in fuga (Quodilbet), un manualetto/guida/centroinformazioni cartaceo/manuale di sopravvivenza per gli italiani che pensano di trasferirsi a Berlino, la metropoli dove vivi ormai da anni. Come sta cambiando Berlino e come stai cambiando tu rispetto a Berlino? È ancora una metropoli molto attraente per gli italiani? E se no/sì perché? Che tipo di scambi hai con la comunità italiana berlinese? 



-Simone Buttazzi e Gabriella Di Cagno, al servizio del complotto tedesco per il dominio del mondo-

Premesso che sto bene a Berlino come sto bene a Bologna – e come starei bene altrove, in Europa – la città si è normalizzata tantissimo rispetto al gennaio 2006, quando mi sono trasferito, e i vuoti che la caratterizzavano stanno svanendo. Attrae perché in Germania non ci sarà mai una Brexit o un caos di tipo catalano, e perché (come quasi tutte le capitali) è diversa dal Paese che rappresenta. Gli scambi che ho qua non differiscono granché da quelli che ho in Italia.

Sei anche cittadino tedesco. La Germania da una certa, mediocre, stampa italiana è additata come la peggior nemica dell’Italia. Quali sono gli stereotipi tedeschi che vorresti un po’ sfatare? Te lo chiedo perché da quando vivo qui in Svizzera mi sono accorto che al di là delle ovvie differenze rispetto all'Italia e dei problemi che esistono qui in Svizzera c’è tutto un mondo di sfumature che non viene mai raccontato della Svizzera, sia da un punto di vista culturale che umano.

I cliché sono inevitabili perché indispensabili e fondati su elementi di realtà, anche se è politicamente corretto dire il contrario. Molto dipende dalla consapevolezza del loro essere stereotipi e dalla volontà sottesa al loro uso. Mi limito ad anticipare il contenuto della prossima domanda sottolineando come l’Europa non possa permettersi divisioni al proprio interno, altrimenti la geopolitica ci fotte.

Un’altra domanda che però sembra una specie di confessione che mi piacerebbe condividere con te. Negli ultimi tempi complice le ultime elezioni italiane, esperienze mie personali, ripensamenti totali, passi falsi mi sono accorto di quanto mi sento sempre più predisposto a riconoscermi in un’idea di cittadinanza europea. Di solidarietà e frontiere aperte. Te lo dico perché tutte le volte che torno in Italia e varco la frontiera (che comunque mi trasmette il brivido di una soglia magica) vivo la sensazione di essere sempre e comunque guardato come un possibile delinquente eppure sto oltrepassando una semplice linea e, nel mio caso specifico, condivido la stessa lingua del Cantone da cui sto uscendo. Non la vivi anche tu questa sensazione adesso che vivi a Berlino che si dovrebbe spingere su un’integrazione europea senza per questo annullare le differenze? Non riesco a non considerare un francese o un tedesco o un polacco o un belga come dei miei fratelli. 

Sì.

Sei anche un attivista LGBT. A questo proposito vorrei porti alcune domande. Per esempio, quali sono le differenze per quanto riguarda i diritti civili fra Germania e Italia, non solo da un punto di vista LGBT, ma anche in generale? Nel 2018, due ragazze che sono alla ricerca della propria identità sessuale vivono davvero meno problemi di vent’anni fa?

Dal 2017 in Germania vige il matrimonio egualitario (e Merkel votò contro). I crinali dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, insieme a tutte le specificità dell’acronimo infinito LGBTQIA, costituiscono ancora un fronte di battaglie importanti e difficili – prima di tutto da comunicare. Ma al netto delle questioni terminologiche resta un riconoscimento emotivo che credo sia fuori di dubbio in ogni dove. È lo stesso approccio aperto vs. chiuso, umano vs. ameba, del tema confini. La paura mangia l’anima.

Come pensi si possano, non dico risolvere, ma anche solo affrontare alcuni temi? Nelle scorse settimane discutendo con una mia collega, di sinistra/istruita, di un possibile posto di responsabilità affidato a una donna lei mi ha risposto negativamente adducendo sostanzialmente come motivazione l’inaffidabilità causata dal ciclo e dall’emotività femminile. Ecco, se nel 2018 ancora oggi si ascoltano queste risposte, cosa si può fare?

Se su pari diritti e dignità siamo tutti d’accordo, bisogna essere coerenti e piallare tanto gli ostacoli più visibili – come le differenze in busta paga – quanto quelli nella testa, frutto di un condizionamento alla nascita. È strano, ma a volte è difficile ammettere di avere dei diritti.

Su aborto, prevenzione, Hiv, malattie sessualmente trasmissibili, riduzione del danno sembra che la situazione non sia delle migliori. Personalmente mi capita spesso di essere accusato di estremismo quando in realtà ribadisco l’importanza di alcune battaglie portate avanti negli anni ‘70. Stiamo vivendo una fase di regressione secondo te? Sei impegnato anche in Plus onlus che si occupa di persone LGBT sieropositive. Tutto questo in un periodo di ritorno delle droghe pesanti fra i giovanissimi.



Elenchi molti argomenti diversi. Come Plus lottiamo quotidianamente contro lo stigma (anche quello interiorizzato: vedi sopra) e abbiamo aperto il Blq Checkpoint a Bologna, il primo centro in Italia a offrire test e counselling in un ambiente extra-ospedaliero. In generale mi sento di ribadire solo una stringa concetti: il moralismo fa danni, contano solo le evidenze scientifiche, ognuno di noi possiede il libero arbitrio ma è fondamentale fare scelte informate.

Dopo tutte queste tematiche pesanti chiudo ponendoti alcune domande più leggere:

- un luogo poco conosciuto ma molto interessante di Berlino e Bologna:

A Berlino il memoriale per le vittime sinti e rom del nazionalsocialismo; a Bologna, il cul de sac accanto all’ex ristorante Benso, sotto le due torri.

- il piatto migliore che ti potrebbe cucinare un tedesco e quello che un vegano potrebbe cucinare a un carnivoro

Se mi sfornano una Laugenbreze son contento e credo lo sia anche un carnivoro se gli fanno del seitan spacciandolo per carne.

- le icone gay esistono ancora?

Orpo! I. Casto, D. Santanchè, A. Consonni…

- quanto durano i letarghi dell’Orso Buttazzi?

Otto ore scarse a notte.

A quel tuo fan che pubblica sul suo blog continui apprezzamenti omofroceschi che fanno il giro del mondo dalla Russia di Putin ai siti nucleari nord-coreani che cosa vuoi dire?

Sobrietà.



-qui-
.


Simone Buttazzi, quiqui, qui