venerdì 24 febbraio 2017

Giorni per insegnare un lavoro; Lantern City; mai mettersi contro i tifosi; vecchi film

Ci sono giorni strani al lavoro, pieni di pensieri, sogni, riflessioni, ricordi. Mezze giornate di lavoro. Oggi ho insegnato alcune cose a un mio collega spostato nel mio reparto per sostituire una persona in vacanza. E mentre gli mostravo tutte le sue mansioni mi sono sentito perso. Non perché gli stavo insegnando qualcosa ma perché tutte le volte che insegno qualcosa a qualcuno, qualcosa che so e  che conosco, mi sento male. Mi sarebbe piaciuto insegnare. In una scuola. Nel mio collegio. Tutto troppo tardi. E non sarei nemmeno stato un buon insegnante. E già non ho quasi piu' voglia di alzarmi dal letto e uscire di casa per "vivere" che poi arrivano giornate come queste che poi arrivo a casa e voglio solo piangere e aprirmi lo stomaco con un coltello.

La primavera cambia colori ma solo fuori.
La mia voglia di morire non cambia mai.

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Una qualsiasi persona sana di mente sa che non deve mettersi contro i tifosi di calcio.

Quando vuoi discutere con loro e loro non sono d'accordo devi costruire prima una fossa capiente e armarti di una serie di mitragliatrici cariche di palloni esplosivi. Poi li raduni alla tal ora pubblicizzando che sono offerti una partita gratis e biglietti per trasferte gratuite, che si possono baciare, leccare, scopare le reliquie testosteroniche dei loro idoli. Ecco, quando sono tutti radunati, prima li si fa divertire e poi si cominci aa mitragliarli e quando sono tutti belli caduti nella fossa capiente dei bulldozer li soffochi, li smantelli, li maciulli, li riduci a poltiglia, li seppellisci per sempre. Tutto ovviamente in nome degli ideali sportivi, del divertimento e del riciclo. 

Ah, ecco, per dirvi. Io sono decisamente contrario all'edificazione del nuovo stadio a Roma e contro qualunque favoritismo per le società calcistiche. Di qualunque categoria.

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Che poi riguardo vecchi film.
Straordinari.




mercoledì 22 febbraio 2017

In breve su "Schiavi di New York" di Tama Janowitz (Bompiani); Kyar, Millwall


“Schiavi di New York” di Tama Janowitz (Bompiani, traduzione di Rossella Bernascone, titolo originale “Slave of New York”, 1986) mi ha soddisfatto a metà. Alcuni racconti sono convincenti altri meno. Alcune volte la sensazione di leggere due volte lo stesso racconto. Interessante l'idea di legare i racconti, di riprendere i personaggi con l'effetto di creare una narrazione quasi romanzesca. Talvolta si ha la sensazione di una narrazione rimasta solo in superficie, con personaggi, quasi tutti artisti (falliti, pompati, decaduti, a un passo dal successo) ai quali è difficile affezionarsi. New York invece risplende nelle sue contraddizioni, sporcizia, effetto spolpante. Forse i racconti migliori sono quelli brevissimi. Sicuramente inferiore all'altro classico “Le mille luci di New York” di Jay McInerney. Ci sono dei lampi però favolosi, soprattutto quando scrive di personaggi femminili e la narrazione si fa più intimista. Credo comunque che sia un libro da ristampare, sicuramente con una traduzione aggiornata e revisionata.

Trascrivo l'inizio di uno dei racconti migliori “ode all'eroina del futuro”:

Alla fine mia sorella si buttò nuda dalla finestra del settimo piano. Questo accade in seguito a una lunga serie di eventi. Non riusciva a farsi ridare la patente. Lo stato le aveva fatto fare il test per la guida in condizioni di ubriachezza, e così era incappata in personaggi pericolosi – una specie di guru che la convinse che qualsiasi cosa lei avesse fatto, non avrebbe cambiato la realtà delle cose. Tali erano i fati degli eroi dell'antica Grecia: alcuni perirono sotto Tebe dalle sette porte, che era una battaglia; altri morirono a Troia, lottando per Elena. Quelli erano figli di dei e di donne mortali.
Ma non sta scritto come morirono gli altri: alcuni perché costantemente tormentati, altri infastiditi, altri perché il mondo era un posto troppo grande per loro. Comunque non era destino dei figli e delle figlie di dei e mortali di starsene in giro a lungo; mia sorella tornò a quei tempi lontani. Nella Grecia antica la prima razza di uomini era fatta d'oro e vivevano come dei, senza fatica né dolore, e non erano soggetti alla vecchiaia, ma si addormentavano nella morte. Ma sto parlando di mia sorella. La razza di uomini d'oro era vuota dentro e si piegavano e fondevano facilmente. La vidi solo un'altra volta prima che morisse: eravamo d'accordo che l'avrei incontrata in uno di quei bar in cui passava tutto il tempo quando non beveva, si drogava o pescava uomini. La incontrai all'Arcipelago gulag, con l'amico del momento.” (pag. 218)

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Da ragazzino a Pesaro, conobbi un ragazzino inglese. Si chiamava Kyar. Suo padre era un professore di inglese universitario innamorato dell'Italia e della storia medioevale italiana, sua madre un insegnante di filosofia. C'era anche Margaret, una bambina pestifera tutta lentiggini che sognava di uccidere un delfino. Poi una mattina trovarono per davvero un delfino morto sulla spiaggia e per il resto della vacanza Margaret non smise più di piangere. Kyar preferiva il rugby ma giocava a calcio. Era una specie di trattore. Un difensore roccioso. Un giorno esagerai coi tunnel e le finte e cominciò a picchiarmi sugli stinchi e sulle caviglie. Se avessimo avuto più tempo probabilmente saremmo diventati buoni amici. Tifava Millwall. Mi spiegò delle varie rivalità cittadine e non solo. Io gli spiegai che quando si giocava Lecco-Como succedevano sempre incidenti e scontri fra le tifoserie e con la polizia. Ho ripensato a lui leggendo della vittoria sul Leicester. Qui c'è un bel video. Vabbé, tanto per farlo sapere ai tifosi del Millwall, io preferisco il West-Ham.

martedì 21 febbraio 2017

Christopher Lasch, "Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica" (Neri Pozza); Renaud Garcia, "Il deserto della critica" (elèuthera)



“Il Paradiso in terra” di Christopher Lasch (Neri Pozza, traduzione di Carlo Oliva) è un saggio splendido. Non c'è nulla da aggiungere se non consigliarvi di leggerlo, anche se si tratta di un saggio corposo. Personalmente ho scoperto molti autori, molti libri, molte strade. Mi si è aperto dentro un mondo di pensieri su cui riflettere. 

Quando mi chiederanno in cosa consiste il mio antiprogressismo e il mio interesse per il populismo risponderò che si avvicina a quello analizzato e enunciato da Lasch.

Lascio la lunga chiusura:

IL POPULISMO CONTRO IL PROGRESSO

Gli stessi sviluppi che impediscono a chi crede nel progresso di parlare con fiducia e con autorità morale ci spingono a prestare maggiore attenzione a chi al progresso si è sempre opposto. Se le ideologie progressiste si sono ridotte alla malinconica, disperata speranza che tutto, in qualche modo, si aggiusterà, dobbiamo recuperare una forma più vigorosa di speranza, che ci permetta di credere nella vita senza negare il suo carattere tragico e senza cercare di spiegare la sua tragicità come una forma di “ritardo culturale”. Forse possiamo apprezzare come una forma di “ritardo culturale”. Forse possiamo apprezzare pienamente questo tipo di speranza soltanto oggi, quando l'altro tipo, meglio noto come “ottimismo”, s'è rivelato una forma elaborata di pio desiderio. L'ottimismo progressista si basa, in definitiva, sulla negazione dei limiti che la natura pone al potere e alla libertà dell'uomo, e non può sopravvivere a lungo in un mondo in cui è ormai impossibile sfuggire alla consapevolezza di quei limiti. Invece, quella disposizione di spirito propriamente definita come speranza, fiducia o meraviglia – tre nomi per lo stesso atteggiamento della mente e del cuore – afferma la bontà della vita di fronte ai suoi limiti. Non può essere abbattuta dalle avversità. Nell'epoca tormentata che ci attende, ne avremo bisogno più ancora di quanto ne abbiamo avuto in passato.
Limite e speranza: queste parole assommano le due linee di argomentazione che ho cercato di svolgere congiuntamente. Una è quella che cerca di distinguere tra speranza e ottimismo, e di analizzare le implicazioni di questa distinzione. L'altra studia alcune delle manifestazioni politiche e ideologiche del senso del limite. È la loro comune accettazione dell'esistenza di un limite che ci ha permesso di prendere in considerazione una tale varietà di movimenti  politici e scuole di pensiero e di ricondurla, in parte, alla stessa tradizione, o almeno alla stessa sensibilità. Questa sensibilità – che in mancanza di un termine migliore possiamo continuare a chiamre populista, o piccolo-borghese – è definita, in primo luogo, da una profonda diffidenza per lo schema della storia in quanto progresso. L'idea che la storia, come la scienza, rappresenti il dispiegarsi per accumulazione delle capacità umane e che la civilità moderna sia l'erede di tutte le conquiste del passato, va contro il senso comune, cioè a quell'esperienza di fallimento e sconfitta ineliminabile dalla vita di tutti i giorni. “Non ci sono calamità della storia?” chiedeva Orestes Brownson. “Non c'è nulla di tragico?” Brownson e gli altri oppositori del “miglioramento” avevano trovato ben poche prove di illuminazione cumulativa. Concetti ufficialmente screditati come quelli di fato, nemesi, provvidenza e fortuna, a loro avviso, parlavano all'esperienza umana più direttamente di quello di progresso.
La loro sensibilità politica, inolte, era dettata da una valutazione delle aspirazioni economiche appropriate agli esseri umani più modesta di quella del progressismo. Coloro che credevano nel progresso ammiravano il trionfo della tecnologia sulla scarsità e il controllo collettivo sulla natura che la struttura produttiva della società moderna sembrava garantire. L'abbondanza, dal loro loro punto di vista, presto o tardi avrebbe dato a tutti accessi al benessere, alla cultura, alla raffinatezza, a quei vantaggi che un tempo erano riservati ai ricchi. Per i populisti, invece, quello che chiamavano competence, come a dire un mezzo di sussistenza – un pezzo di terra, una piccola bottega, una professione utile – rappresentava un'ambizione molto più degna. Competence era un termine dalla ricca connotazione morale: si riferiva alle possibilità di sostentamento offerte dalla proprietà, ma anche alle abilità necessarie per sostenerla. L'ideale della proprietà universale esprimeva un sistema di aspettative più modesto di quello del consumo universale, dell'accesso universale a una disponibilità illimitata di beni. Allo stesso tempo, però, faceva propria una definizione più impegnata e moralmente più nobile della vita. La concezione progessista della storia sottindeva una società di raffinatissimi consumatori: quella populista, un mondo di eroi.
Da un punto di vista progressista, l'ideale di una società di piccoli produttori era ristretto, provinciale e reazionario. Recava in sé tutte le stigmate delle sue origini piccolo-borghesi: rappresentava il rifiuto di guardare in faccia il futuro. Il disprezzo per l'arretratezza, la rispettabilità e gli scrupoli religiosi della piccola borghesi erano diventati il marchio della mentalità progressista. Certo, la caricatura illuminista della cultura della classe medio-bassa conteneva degli elementi di verità innegabili: altrimenti non sarebbe neanche stata riconoscibile come caricatura. Con l'andar del tempo, man mano che le grandi imprese toglievano spazio ai piccoli produttori, i movimenti piccoli-borghesi hanno assunto un carattere sempre più difensivo, e hanno fatte proprie le peggiori tendenze della vita moderna: l'antintellettualismo, la xenofobia, il razzismo. Ma la stessa tradizione di radicalismo plebeo ha anche prodotto l'unico tentativo serio di risolvere il grande problema politico del ventesimo secolo: che cosa può sostituire la proprietà come fondamento materiale delal virtù civica? Ha anche dato origine al tentativo più notevole di organizzare una forma d'azione politica capace di tener sotto controllo il risentimento, e rompere così il “circolo vizioso senza fine” di coercizione e ingiustizia di cui parlava Reinhold Niebuhr. Proprio perché le classi inferiori si sono lasciate spesso tentare da una politica d'invidia e di risentimento, capiscono l'importanza di una “disciplina spirituale” contro questi atteggiamenti. La tradizione progressista, invece, non ha neanche intuito il problema della proprietà e della virtù, per non dire della domanda posta da Niebuhr già nel 1932: “Se la coesione sociale è impossibile senza coercizione, e la coercizione é impossibile senza la creazione di ingiustizia sociale, e la distruzione dell'ingiustizia è impossibile a sua volta senza l'uso di una coercizione ulteriore, il conflitto sociale non rappresenta forse un circolo vizioso?”
L'esaurimento della tradizione progressista – e questa tradizione, nel suo senso più ampio, comprende tatnto la sinistra quanto la destra reaganiana, che non è affatto immune dall'idea di espansione economica illimitata – si rivela soprattutto nella sua incapacità di affrontare questi problemi fondamentali della politica moderna, o quello, altrettanto fondamentale, di come estendere ai poveri il livello di vita dei ricchi su scala globale senza sottoporre le risorse economiche della terra a uno sforzo insopportabile. La necessità di una distribuzione più equa della ricchezza dovrebbe essere ovvia, tanto da un punto di vista economico quanto da uno morale, e dovrebbe essere altrettanto ovvio che l'uguaglianza economica non è compatibile con il nostro sistema avanzato di produzione capitalistica. Quello che non è così ovvio è che l'uguaglianza implica un livello di vita più modesto per tutti, non l'estensione al resto del mondo della condizione degli strati privilegiati della popolazione dei paesi industriali. Nel ventunesimo secolo, l'uguaglianza implicherà un riconoscimento dei propri limiti, morali e materiali, affatto estraneo alla tradizione del progressismo.
La tradizione populista non offre una panacea a tutti i mali che affliggono il mondo moderno. Pone le domande giuste, ma non ha le risposte già pronte. Non ha prodotto molto in termini di teoria economica e politica, il che rappresenta la sua debolezza maggiore. I suoi fautori propugnano la produzione su piccola scala e la decentralizzazione politica, ma non spiegano come questi obiettivi si possano realizzare in un sistema economico moderno. Mancando di una teoria della produzione ben definita, i populisti hanno sempre avuto la tendenza a credere nella valuta cartacea o nei toccasana più vari, come in politica tendono a farsi intrappolare dal risentimento sociale così efficacemente sfruttato dalla nuova destra. Ma un populismo adatto al ventunesimo secolo avrebbe ben poco in comune con la nuova destra, e, quanto a questo, con i movimenti populisti del passato. In compenso, troverebbe gran parte della sua ispirazione morale del radicalismo popolare del passato e, più in generale, in quella varietà di critiche del progresso, dell'Illuminismo e dell'ambizione illimitata portata avanti da quei moralisti la cui sensibilità è stata orientata dalla concezione del mondo dei produttori. Il problema del “guadagno non meritato” ha dato vita a una ben precisa tradizione politica e a una tradizione ben precisa di speculazione morale fondata sull'esperienza della vita di tutti i giorni (oltre che sull'esperienza più alta del fervore spirituale): non sembra probabile che entrambe passino di moda.” (pp. 597-601)

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Il Foglio, Antonio Pascale, Giuliano Ferrara, Claudio Cerasa, Oscar Giannino, Massimo Cacciari

Non frequento molte persone. Non parlo quasi con nessuno. E non sono nemmeno una persona facile da frequentare. Quando sto con gli altri tendo a rimanere in silenzio. Dopo un po' mi alzo e me ne vado. Mi incazzo spesso. Quando sbotto esagero. Anche se la maggior parte delle volte non apro bocca perché sono timido, imbarazzato, frastornato, angosciato, mi annoio. L'alcool mi aiuta a sciogliermi ma l'angoscia non mi lascia mai. 

Qualche giorno fa a una carissima amica che passava dalla Svizzera e che non ho potuto purtroppo incontrare per colpa del lavoro scrivevo che negli ultimi anni sono diventato ancora più solitario. La risposta é stata: “Dai, Andre, non prendiamoci in giro, sei sempre stato un super super solitario!”. Ho sorriso. E in questa risposta c'è un elemento positivo, ovvero, che pur essendo un super solitario, ho la fortuna di avere un'amica come Arianna. 

Passo spesso per essere un intollerante o un integralista ma in realtà sono molto curioso dei mondi altri, attento a chi la pensa diversamente da me. Mi piace cambiare idea, confermare le mie convinzioni nel confronto, anche acceso, con la parte avversa.

Io per esempio compro Il Foglio per cinque motivi: 
1- mi piace esteticamente, mi piace il suo formato, mi piace Vincino e questo mi interessa particolarmente quando leggo un giornale
2- mi piacciono il livello medio di scrittura dei pezzi e molte delle firme che ci scrivono
3- ci scrive Maurizio Milani
4- molti dei pezzi presenti non li condivido ma sono scritti benissimo e mi costringono a riflessioni mie interne e allora qui arriviamo agli articoli di Antonio Pascale (Il Manifesto Anti-Declinista), Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Non condivido quasi nulla di quanto ho trovato ma ieri ho sfogliato parecchi quotidiani e non ho trovato nessun altro articolo che mi ha offerto spunti di riflessione. E sono scritti tutti e tre molto ma molto bene. Non posso che ringraziarli.

Stessa cosa, in macchina, ascoltando il dialogo fra Oscar Giannino e Massimo Cacciari. Anche lì molti dubbi, eccetera, ma il piacere di ascoltare e porsi domande. È  un esercizio intellettuale e mentale importante per me. Mi permette di mantenere un giusto equilibrio, la capacità critica, l'apertura. È difficile, anche proprio da un punto di vista mio caratteriale, ma la pratica della disciplina è fondamentale come mio orizzonte.

Chiudo: ma tutto questo psicodramma del Pd, Sinistra Italiana e bla bla bla su cosa é fondato? Sul nulla. Non c'è nulla. Non prendiamoci in giro. Un'accozzaglia di residuati psicoideologici e frequentatori di Monti. Di estimatori di Zoro e bandiere rosse senza rosso. Personalismi di bassa lega, insopportabili, venduti come politica. E ci ritroviamo come protagonisti Scotto, Rossi, Fratoianni, Renzi, Emiliano, Civati, Vendola, D'Alema, Bersani, Pisapia. 

Certe volte sogno la calata di Mao o Pol Pot su tutta questa gente.

Il discorso mi appassiona perché vedo mio padre e mia sorella in Grossa Crisi e sorrido.

Ecco, vedete che esce il mio lato scontroso?

sabato 18 febbraio 2017

Luce mia, malattia, Craxi, il mio bisnonno, London Fields


Domani andrà in onda sulla Rsi.
Conosco bene gli ospedali.
Di questi tempi tocca a mia sorella frequentarne parecchi.
In questo documentario c'entrano anche i Massimo Volume.
Ascoltate questa canzone.

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Sto leggendo il memoriale di Craxi che Il Dubbio sta pubblicando. C'é un passaggio in particolare che mi ha colpito, perché mi ha ricordato tutto un mondo che ho conosciuto, ho conosciuto e che è semplicemente andato in pezzi. Chi segue questo blog da tempo, starà pensando "Ma come, tu non voti? Che ti frega di queste cose". Io non voto ma la "politica" mi ha sempre interessato. L'ho masticata in famiglia sin da piccolo. Ho respirato idee contrapposte, liti, discussioni. Sono stato in sedi di partiti, sindacati, eccetera e nutro un grande rimpianto per un mondo, sicuramente imperfetto, oscuro, eccetera, che formava i politici, i sindacalisti. La classe politica. I grandi partiti tradizionali, salvo le ovvie eccezioni, erano formate nei loro quadri da persone culturalmente preparate. E servivano soldi per tutto cio'. Chiunque ha masticato un po' di politica, ha vissuto l'attivismo sa di cosa sto parlando. Di cosa sono le tessere (pensate, nel piccolo, al tesseramento Arci o alle iscrizioni al sindacato, per esempio). Da dove arrivano i soldi. Come si fanno. Vale sia per la politica istituzionale ma anche per tutto cio' che sta fuori dal palazzo. Sarebbe un discorso lungo ma guardate l'oggi, guardate il livello dei politici o dei presunti rivoluzionari. Non è solo lo specchio dell'Italia ma il frutto di chi ritiene che per fare politica, in tutte le sue forme, servano solo l'indignazione, la buona volontà, l'amore. No. Servono tempo, dedizione. Servono sedi fisiche. Servono soldi. Studio. Formazione. Uno degli argomenti cardine negli anni '90 fra i miei parenti era l'autonomia della politica. Sansonetti ne scrive spesso. Di una cosa sono comunque contento. Che i mie parenti da parte paterna (tutti tessitori, operai, muratori) dopo la fine del PCI e del PSI smisero di votare. Fu una grande prova di dignità.

E mi dedico molto a Craxi perché il mio bisnonno materna era un socialista. Un muratore che non prese mai la tessera del Fascio. Malato di tisi passo' parecchi anni in sanatorio. Mia nonna mi racconto' della sua emozione nel poter votare finalmente libero il suo Partito Socialista.
Non credo gli sarebbe piaciuto Craxi, ma chi lo sa vista la sua antipatia per i comunisti (ma anche rispetto).

Al mio bisnonno socialista, un gigante con le mani immense che mai ho conosciuto, devo tanto.
Quando passo davanti alla casa che costrui' con le sue mani, la sera e di domenica, e dove adesso abitano sconosciuti, io mi commuovo e mio padre mi dice che mi sarebbe stato simpatico.

Il padre della mia compagna, piastrellista e muratore, anche lui ha costruito con le sue mani la casa dove la mia compagna è cresciuta.

Il passo craxiano è comunque questo:

"Gli uni e gli altri. Partiti e classe politica, fronteggiavano un bagaglio di spese, che, a parte possibili ma abbastanza poche eccezioni di soggetti ad alto reddito personale, che meriterebbero di essere elencati, non potevano essere affrontate se non con il ricorso ad entrate di tipo straordinario. Questa linea di condotta  era propria di tutti i maggiori Partiti del Paese, sia che si trattasse di Partiti di governo che di Partiti di opposizione. Tutti si avvalevano, naturalmente in maniera diversa, di strutture burocratiche diversificate, di reti associative, di scopo che esercitavano un'azione permanente di sostegno, di reti di informazione fondata su quotidiani e periodici, di canali radiofonici e televisivi, di attività editoriali, di centri-studi, di scuole di formazione politica.
Altre iniziative di rilievo finanziario riguardavano acquisizioni immobiliari per sedi e luoghi di incontro, circoli e quant'altro si proponeva come utile e necessario per favorire ed incrementare la vita associativa e per moltiplicare le iniziative di incontro, i dibattiti, le manifestazioni."

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in rilettura.

venerdì 17 febbraio 2017

Le nostre anime di notte, Kent Haruf, Simone Buttazzi/Berlino '67, su Mani Pulite


Ho comprato "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (NNE, traduzione di Fabio Cremonesi) in una delle due librerie a cui sono piu' affezionato. Non l'ho letto subito. Sapevo di avere fra le mani qualcosa di altamente coinvolgente, delicato, sentimentale e emozionante e ho aspetto il momento giusto che è stato ieri sera. Mi sono seduto sul divano, l'ho aperto, ho cominciato a leggerlo e l'ho terminato. Poi ho stappato una birra, mi sono messo alla finestra in cucina e ho respirato l'aria fredda delle Alpi. Non ho bisogno di aggiungere altro.

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Simone Buttazzi è un uomo di grande ardori e passioni. Ricercato dai fotografi di tutto il mondo alla Berlinale. Elemento perturbatore di sogni sottoveste di partigiano sovieticobolognese che, in pattine, issa la bandiera RossoVeganaLGBT sulle macerie della Berlino nazista. Recensore dal vello ursino e ambitissima preda di cacciatori caucasici. Da Berlino sta inviando da Indie-Eye dispacci luminosi che narrano dei film da lui visti:





















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Si parla di Mani pulite in questi giorni. Già a vedere Di Pietro in tv mi viene il voltastomaco. Controcorrente segnalo "Novantatré" di Mattia Feltri (Marsilio) che mi piacque molto quando lo lessi.

giovedì 16 febbraio 2017

Tama Janowitz/Schiavi di New York; Maurizio Milani/Virginia Raggi; solidarietà a Abbad Yahya; un saluto a Mauro; Elliott


Finalmente questi racconti sono nelle mie mani.
Il primo, "una santa moderna n.271" ha un incipit micidiale:

"Da quando mi ero messa a fare la puttana avevo dovuto vedermela con peni di tutte le forme e dimensioni possibili. Certi grossi, altri raggrinziti e con testicoli penduli. Certi venati di blu che puzzavano di gorgonzola, altri avari. Peni bisbetici, fatati, cosparsi di perle come i grandi minareti del Taj Mahal, peni burloni, striati come la coda di un procione, ardenti, crestati, impossibili, profumati. Piu' passava il tempo e piu' ero contenta di non possedere una di quelle appendici.
Naturalmente avevo un protettore, un tipo fuori dal comune, già candidato a due dottorati, uno in filosofia e l'altro in letteratura americana all'università del Massachusetts. Quando ci eravamo conosciuti faceva il tassista, ma dopo un po' aveva scoperto che quel mestiere non gli lasciava il tempo di seguire la sua vera vocazione: quella di scrittore." (pag. 5)

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Non conoscevo lo scrittore palestinese Abbad Yahya e non sapevo nulla dei suoi libri, della sua fuga, dell'arresto del suo editore, eccetera. Ho incontrato la sua storia ieri su Il Foglio leggendo un articolo di Giulio Meotti (che come al solito ci va giu' sempre come se fosse alla guida di un bulldozer). Dopo essermi informato un po' in rete non posso che mandargli uno straordinario abbraccio.

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Si è spento in questi giorni Mauro. Ed è stata una delle prime persone che ho incontrato una volta arrivato qui a Lugano. Quasi 10 anni fa. Avevo parcheggiato accanto al parco, dove ci sono un paio di panchine che fungono da ritrovo per tossici, spacciatori, alcolizzati, eccetera della città e uscito dall'ascensore mi trovo questo gigante punk che mi chiede della moneta. Avevo solo euro in tasca e lui mi aveva risposto che andavano bene lo stesso. Avevo dieci euro e non so perché glieli diedi. Sapevo bene a cosa gli servivano. Confesso che ero anche un po' intimorito da lui. In tutti questi mi è capitato spesso di incontrarlo. Di lasciargli qualche moneta. Una volta mi chiese dove lavoravo e quando gli risposti "Al cinema", lui scosse la testa dicendomi che ormai facevano solo film di merda.
Un saluto e buon viaggio. E un calcio nel culo a tutti quei moralisti che adesso tireranno fuori necrologi da parrocchia.

Che poi c'è anche una tossica che incontro spesso quando rientro dall'Italia. Staziona attorno ai benzinai appena dopo il confine. in cerca di qualche spicciolo. Le restano pochi denti ma è facile capire che un tempo doveva essere stata una bellissima ragazza. Ha conservato la cura dei vestiti e dei capelli ma il volto è scavato e le mani sono gonfie. Ieri stava fuori dalla porta. Rischiava di essere multata, magari anche arrestata per accattonaggio. Aveva bisogno di soldi. Io non lo so perché ma preferisco dare soldi sempre a lei e a persone del genere piuttosto che ad associazioni, eccetera. 
E ieri l'ho rifatto. 
Le si sono illuminati gli occhi e mi ha ringraziato.
Non m'interessa salvare il mondo.
Di salvare i piccoli, flebili, forse anche inutili, istanti di umanità, contatto umano, sguardo, si', pero'.

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