martedì 17 ottobre 2017

Privato, letteratura italiana (Giorgio Falco, Giuseppe Genna, Matteo Trevisani), trovato in edicola, Chris Offutt ,

-Davanti al cinema ci sono alcuni parcheggi con strisce gialle. Alcuni sono per i disabili, altri sono privati e riservati al personale del cinema. Quotidianamente mi accade di litigare con qualcuno che occupa questi posti senza permesso e senza nemmeno chiederlo. 
Domenica arrivano due Maserati e parcheggiano davanti ai miei occhi nei parcheggi riservati al personale. Scendono 8 ragazze e due personal coacher. Vicino c'è lo stadio e la zona del cinema è un luogo di partenza/ritrovo di sportivi. Li invito gentilmente a spostare la macchina nel retrostante parcheggio comunale che costa di domenica 50 centesimi l'ora. Le donne mi sorridono strafottenti mentre i due uomini mi rispondono di farmi i cazzi miei. Mentre sto litigando con loro arriva una familiare che si piazza nel posto dei disabili. Ne scendono 4 bambini e un padre diretti al campo di calcio. 
Sfinito, lascio che sia una mia collega a sbrogliare la situazione.
Lunedi' mattina la scena si ripresenta, con altri interpreti.
Questa volta, una ragazza disabile, trovando i parcheggi occupati, ha risolto la situazione chiamando la Polizia.
Tranquilli quando pensate al malcostume italiano, queste cose accadono quotidianamente anche in Svizzera.

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Un po' di letteratura italiana sulla scrivania:


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sabato 14 ottobre 2017

Sulla legge elettorale, Personal Shopper, Kristen Stewart, Chiara Barzini, i gruppi whatsapp

In questi giorni ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con mio padre sulla legge elettorale. Lui è un fedele lettore di Repubblica, l'Espresso, socialista, oggi piddino e sostenitore sostanzialmente di due opzioni:
1) due/tre grandi partiti di riferimento (lui preferisce lo scontro Democratici-Repubblicani alla statunitense)
2) un maggioritario con soglia di sbarramento al 5%.
Ha sempre avuto un certo rigetto per i partitini.
Lui mi punzecchia sempre su questi argomenti ben sapendo che non voto e l'ultima volta gli ho ribadito che pur fregandomene altamente, se io mi occupassi di democrazia mi andrebbe bene il sistema proporzionale. Credo che per quelli che continuano a riempirsi la bocca di democrazia dovrebbero guardare al sistema elettorale del Canton Ticino: ripartizione dei seggi col sistema proporzionale con una robusta iniezione di referendum che è poi uno dei pilastri della Confederazione. In Canton Ticino e in generale in Svizzera accade pero' che in seguito alle elezioni si possono andare a formare governi con piu' partiti. L'attuale ticinese è composto da 4 partiti: Lega dei Ticinesi, Plr, PPD e badate bene, il Partito Socialista che è molto piu' a sinistra del PD.

E arrivo al nocciolo del discorso: molto spesso parlando con i sostenitori del proporzionale mi sono trovato a incontrare dei Maggioritari in fieri, dei puristi assoluti che mai un'alleanza con quello che mi siede vicino, che a parole parlano di democrazia ma poi hanno in mente i soviet o il manganello, dei tipi alla "Quando avremo la maggioranza comanderemo noi e ve la faremo vedere", "Vogliamo il 51% per ribaltare il Paese" e via dicendo, quando invece il proporzionale è proprio quel sistema che spinge al confronto, alle convergenze, a trasformare le proprie battaglie di minoranza/maggioranza (come fece il Partito Radicale) in battaglie politiche che coinvolgono il resto del Parlamento/Paese e allora allora che dire?

- "Ma dopo tutti questi inutili discorsi non vi è venuta voglia di farvi qualcosa di forte, di comprare una cassa di birre e berle una alla volta sul balcone, mettervi a correre, nuotare, pescare, rubare, leggere, ascoltare a tutto volume il nuovo disco che avete comprato, scopare, scoreggiare, camminare fino a Belgrado e tuffarvi alla congiunzione fra Danubio e Sava, masturbarvi, farvi un bagno caldo, provarci con un ragazzo, offrire un gelato a una sconosciuta?
Ecco, tanto per dire quante cose migliori ci sono da fare che stare a preoccuparsi di queste cazzate e del consueto ritorno del fascismo."

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Ho rivisto questo capolavoro ieri sera e l'ho ritrovato entusiasmante e commovente. Per me è uno dei film piu' belli in circolazione sulla contemporaneità, sulla ricerca dell'io e la solitudine.
E Kristen Stewart è bellissima:



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Mia sorella e mia madre sono sempre state delle estimatrici di Benedetta Barzini. Adesso sulla scrivania è arrivato (non so dirvi se gradito o no) il romanzo di Chiara Barzini "Terremoto" (Mondadori)

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Spopolano i gruppi.
Io sono inserito, come tutti i miei colleghi, nel gruppo del cinema.
Già mi sta sul cazzo vedermi invadere da messaggi su questo o quell'altro da fare, migliorare, disposizioni, eventi con risposte annesse ma è ancora piu' odioso e da farmi salire la merda in bocca quando i colleghi si mettono a usare il gruppo dei colleghi esattamente come se fosse il loro Facebook e allora foto delle loro gite, il cibo, la fidanzata, battute, filmati e tutto il resto che uno si puo' immaginare.
Perché bisogna ridere, condividere, diventare un gruppo.....
Che voglia di prendere un Ak-47.....

giovedì 12 ottobre 2017

Posta - Disco dell'anno in assoluto - Chabon

Sono uscito di casa solo per andare a spedire delle buste, pagare alcune cose e bere un caffè.
La barista era la sosia di Corin Tucker delle Sleater Kinney.
Glielo avrei anche detto se fossi stato di un umore migliore.
Sto trascorrendo il tempo che mi resta di questo giorno di riposo ad aspettare il ritorno al lavoro, nutrire il mio narcisismo, rovinarmi il fegato, leggere, perdere tempo.

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Mi ha travolto e lo sto ascoltando e leggendo tantissimo.
Pieno di rimandi, tutto quello che si vuole, ma è come quando sei nel buio e hai una paura terribile e arriva una mano che afferra la tua e ti fa sentire meno solo in mezzo alla catastrofe.

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L'ultimo romanzo di Michael Chabon è dolorosamente bellissimo.
Mi sono bastate le pagine dedicate alla nonna per farmi innamorare.
Ed è bello seguire uno scrittore romanzo dopo romanzo.
Seguirne i movimenti, le trasformazioni, le cadute, le fiammate.

mercoledì 11 ottobre 2017

Sorella




Parlare con mia sorella, avere uno scambio con lei, condividere qualcosa con lei mi è praticamente impossibile.
Anche ora che avremmo invece bisogno di scambiare due chiacchiere, qualche opinione su alcune scelte che ci interessano e che nei prossimi mesi ci costringeranno a prendere alcune decisioni.
Anche quando mia madre stava morendo.
Ci provo e ci ho sempre provato.
Questo vale anche lei, lo so, ne sono consapevole.
È una donna intelligente e brillante e con una cultura spaventosa.
Sensibile.
Lo so.
Ma io e lei condividiamo tentativi che creano solo altro dolore, altre incomprensioni, altre ferite, altro rancore, altre parole sprecate.
Tanti sbuffi, bicchieri di vino, birre, farmaci, incensi, libri.
Condividiamo lo stesso sangue.
E per me questo schifoso e putrido sangue ha ancora un suo significato anche se poi ogni sangue è sempre sangue infettato dal materialismo dei nostri pensieri.
Siamo troppo diversi e viviamo in mondi distanti galassie.
A lei faccio schifo anche proprio esteticamente, per come mi vesto, per come parlo, per le mie idee.
E non ci vedo niente di male nel fatto che lei mi disprezzi.
È giusto che mi disprezzi se le faccio schifo.
Il disprezzo è una sacrosanta forma di relazione.
Non crediamo nei gruppi di recupero anche se li conosciamo, nella retorica della scoperta di nuove strade per stringere relazioni, contatti.
Poi un giorno ci aggrapperemo a uno scenografico e melodrammatico amore quando verremo chiamati a recitare la parte del fratello e della sorella, del figlio e della figlia.
Ricostituiremo il nido familiare davanti alla dissoluzione di qualunque passato e futuro immaginabili.
Una volta, quando avevo 25, 26 anni mia madre mi disse: "Dovresti andartene lontano, scomparire, ripartire da zero, non tornare mai piu'. Se tu lo facessi io ci starei malissimo, ne morirei, ma so che per te sarebbe finalmente una liberazione."
Mia madre è morta.
Da questo autunno mascherato da primavera mi sento preso per il culo.
Un caro ragazzo che conosco sta morendo in un hospice.
E io che vivo nella solita ipocrisia che mi consuma lentamente.
E domani, che non lavoro, mi dovro' inventare un'altra scusa per alzarmi dal letto.
Ma domani è uno di quei giorni che restero' a letto e non faro' nulla.
Mi dicono che fuori c'è un mondo intero di corsi, svolte, appagamento, sollevazioni, opportunità lavorative, possibilità di redenzione, strade, vie, vicoli, cessi.
Lo dicono.


martedì 10 ottobre 2017

Fuori




Fra qualche giorno tornerò ad ospitare sul blog l'amica Silvia Valerio con un'intervista frizzante e spero interessante. Si parlerà di vari argomenti, nuove uscite, anche molto leggeri.


(Alla stessa Silvia ho detto che l'ambientazione ferroviaria ricorda quella di Blade Runner e a proposito dell'ultimo "2049" di Villeneuve ho letto e ascoltato pareri discordanti. Personalmente ho visto molti spezzoni del film in 4dx con gli occhialini da 3d ed é difficile per me al momento esprimere un qualsiasi tipo di giudizio ed è anche un, ormai lunghissimo, periodo che non mi va di sedermi in sala. So solo che Ana de Armas è bellissima.)

Due film:



"Transamerica" di Duncan Tucker mi ha fatto ricordare quel trans che ci provò con me a Milano. Avendo fallito l'approccio per una possibile scopata, rimanemmo a parlare per ore. 
La feci sorridere quando le dissi che aveva le caviglie veramente strettissime. 
Al mattino ero cosi' ubriaco che ci volle mezza giornata per ricordarmi dove avessi parcheggiato l'auto.


Un film modesto ma che mi ha emozionato moltissimo.

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Sono pochissime le cose che mi rendono felice.
Cose come il ritorno di un romanzo straordinario come "Last Exit to Brooklyn"


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Quasi tutti giorni, all'alba, quando vado al lavoro, incontro un anziano.
Ci salutiamo e ci sorridiamo.
Ieri pomeriggio ci siamo visti fuori dall'ufficio stranieri.
-Dove lavora lei?
-Al cinema.
-Ci vediamo tutti i giorni.
-Sì.
-Fa bene camminare.
-Io e mia moglie ci alzavamo presto la mattina e camminavamo fino al cinema poi tornavamo indietro, bevevamo un caffé, entravamo nel cimitero e poi andavamo fino al lago. Da quando è morta tutte le mattina mi alzo e ripeto lo stesso giro. Ma adesso non vado al lago, entro nel cimitero e ci parlo, gli racconto tutto.
-Fa bene.
-Buona giornata.
-Buona giornata a lei.
Ho pensato a mio padre.
Poi sono tornato a casa.
Ho bevuto tre birre e l'ho chiamato.
L'ho lasciato parlare, ho riattaccato e mi sono seduto sul divano a luci spente.
La gente come mio padre mi mette sempre addosso la voglia di uccidere anche il primo che passa per strada.

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sabato 7 ottobre 2017

"L'estate che sciolse ogni cosa" di Tiffany McDaniel (Atlantide)


"L'estate che sciolse ogni cosa" dell'esordiente Tiffany McDaniel (Atlantide, traduzione di Lucia Olivieri) è uno splendido e commovente romanzo gotico e di formazione in cui s'intrecciano l'arrivo del Diavolo, il lacerante conflitto fra Bene/Male e Luce/Ombra e Inferno/Paradiso, "Il buio oltre la siepe", la vita di provincia, i sottili meccanismi della vita familiare, la Bibbia, un'estate afosa, il razzismo, Milton e il suo "Il Paradiso Perduto", l'omofobia, la solitudine, la poesia e molto altro. 
Uno di quei romanzi che vi farà sentire pieni di dolore.
Perché esiste quel tipo di dolore che sta nella vita e che io conosco bene, che non ha nulla a che vedere con i piccoli inciampi della vita/un lavoro perso/un brutto voto/pochi soldi/ e che so che scomparirà solo con la mia morte.

(e comunque se non lavoro, io passo il tempo esclusivamente a leggere)

Un estratto:

"Gli ho raccontato la storia di Century"
Chiusi gli occhi. "Okay, racconta, allora".
"Lo chiamavano tutti Cen. Aveva una vigna, e un inverno trovò un grappolo d'uva, cresciuto fuori stagione. 
Mangiò quell'uva e la gente disse che fu la ragione della sua malattia. Era contro natura mangiare un grappolo d'uva fuori stagione. Contro i dettami di Dio. Avevano dimenticato che Dio è colui che permette ogni cosa e un grappolo d'uva può crescere fuori stagione soltanto con il Suo permesso.
Per ignoranza e per paura, la gente lo scacciò, costringendolo a rifugiarsi nel bosco, dove Cen cominciò a vivere in solitudine, addolorato di non essere accettato da nessuno a causa della sua malattia.
Un giorno ogni luce scomparve. Il sole non is levò più. Non fu possibile accendere le torte. Gli stoppini delle candele non prendevano fuoco. Dio voleva che comprendessero cos'avevano fatto scacciando Cen, e li lasciò al buio.
Dopo settimane di notte perpetua, un chiarore comparve d'improvviso nel bosco. Tutti, disperati dopo tanto buio, corsero verso quella luce e rimasero sconcertati di trovarsi davanti Cen. Erano così sicuri di essere nel giusto quando lo avevano giudicato un uomo malvagio. Perversi i suoi desideri. Eppure, in quelle tenebre, l'unica luce permessa da Dio era quella di Cen.
La luce proveniva dal suo sangue. Si era tagliato un dito per errore e il sangue che si riversava dalla ferita scintillava luminoso. Ecco il risultato di aver gustato quell'uva. La luce era il dono offerto all'uomo che non aveva osato mettere in questione il proprio appetito per un frutto fuori stagione.
La gente cadde in ginocchio, pentita, davanti alla luce. Dichiararono di avere commesso un errore a scacciarlo. Erano stati folli, dissero. "Ci potrai mai perdonare?", implorarono.
Un altro li avrebbe scacciati, ma Cen era un grand'uomo e permise a quella gente di godere della luce del suo sangue. Anzi, avrebbe permesso loro di goderne per sempre se il dito non avesse smesso di sanguinare e la luce non si fosse spenta. 
"È di nuovo così buio!", esclamarono. "Come potremo fare ritorno a casa?".
"Vi aiuterò io", disse Cen.
Lui estrasse il temperino e si incise il braccio e la luce li condusse attraverso il bosco fino alle loro case. C'erano così tante persone da accompagnare a casa che Cen continuò a tagliarsi in modo che potesse sgorgare abbastanza luce per tutti.
Dopo averli accompagnati a casa, fu costretto a sedersi. Era troppo debole per proseguire. Aveva versato troppo sangue, non gliene restava neanche più una goccia per sé. Morì solo, nell'oscurità.
Il mattino seguente il sole tornò a levarsi e tutti poterono vedere il corpo senza vita di Cen, riverso, a terra. Qualcuno disse che si era ucciso, procurandosi quelle ferite nel braccio, e in effetti così era stato. Ma si era ucciso per uno scopo. Ecco la storia che ho raccontato a Grand.
Immagino che quel taglio nel braccio fosse il suo modo di accompagnare a casa qualcuno. Forse se stesso. Come puoi odiarlo, Fielding, se Grand è voluto tornare a casa?".

venerdì 6 ottobre 2017

Il nostro grande pollice grigio, Cavalieri, David Means, Lisa Germano, Riccardo Bacchelli, Anna K. Valerio ricorda Cappello


Io e mia madre eravamo accomunati da quello che lei chiamava, alla maniera dei Peanuts, "Il Nostro Grande Pollice Grigio". In pratica, pur amando tantissimo fiori e piante, non abbiamo mai avuto tanta fortuna in questo campo. Mia madre si innamorava sempre quando scendeva dal Passo del San Gottardo e arrivando a Andermatt trovava tutti i campi fioriti e mi diceva per telefono "Quei fiori Andrea...se potessi portarmeli tutti a casa o avere i prati così in paese....".
Quando comprava una pianta o gliene regalavano mi divertivo a scommettere con lei sulla durata di vita. Non ci azzeccavo mai ma morivano sempre. Tranne un Ibiscus dai fiori rossissimi che però era di sua madre (mia nonna l'aveva comprato poco prima di morire) e che le fu rubato anni dopo quando stavamo pensando di piantarlo nel giardino dei palazzi. Sì, le fu rubato da una donna che viveva a duecento metri da noi. Tra l'altro a farla sentire Una Fottutissima Grande Pollice Grigia c'era sua suocera che puntualmente in sua presenza si vantava del suo giardino (bellissimo) dove risplendevano le ortensie, le rose, i tulipani e ogni altro genere di pianta e fiore immaginabile. 
Mia madre adorava le rose bianche.
Vorrei che mia madre fosse qui ora per farle vedere la nostra rigogliosa Beaucarnea che sta con noi da due anni e l'ultimo arrivato, l'Avocado, che siamo riusciti a far germogliare e adesso vedremo cosa succederà.
Ma lei è morta e quando guardo queste due piantine mi sento ancora piu' solo.


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Se amo Rodi/isola di Rodi è anche per la Via dei Cavalieri nella città vecchia di Rodi. Ci eravamo stati a Rodi a fine stagione turistica anche se il mare era ancora caldissimo e il sole mi asciugava il dolore. Quel giorno, forse per uno strano incanto, la città vecchia era quasi vuota e le comitive, gli altri turisti ci stavano anticipando, ci precedevano, ci evitavamo, non lo so ma ci trovammo a percorrere la Via quasi in perfetta solitudine e posso dirmi di essermi emozionato e commosso.
Mi sentii vivo.
Finalmente a casa.
Quella vacanza fu bellissima, fra spiagge, camminate, luoghi appartati, ristoranti improvvisati capaci di sorprendermi con piatti incredibili.
E quel greco che mi disse "Tu e Eva siete albanesi?"

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David Means è uno straordinario scrittore di cui si parla forse troppo poco. Fra poco uscirà questo.

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Su Barbadillo un bel ricordo di Pierluigi Cappello scritto da Anna K. Valerio: "Il dolore perfetto di Pierluigi Cappello, poeta"